Care lettrici, cari lettori,
già sappiamo che l’enogastronomia dello stivale ha conquistato il mondo, ma forse ci è capitato poco di soffermarci a pensare che gli ha anche insegnato a parlare italiano. Ora infatti la Treccani, in occasione della settimana della Lingua Italiana nel mondo, ci ricorda che ricette, piatti e prodotti sono talmente noti che all’estero non sentono il bisogno di tradurle.
Grazie al progetto Onde – Parole italiane in viaggio, un progetto della Fondazione Treccani Cultura realizzato in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, sono state censite le dieci parole di casa nostra più diffuse, “italianismi” che hanno attraversato frontiere, secoli e culture, entrando nel vocabolario di altri Paesi.
E di dieci parole, la metà riguarda il cibo, non senza alcune sorprese. La prima è che in testa alla selezione non si trova pizza, pasta o spaghetti, ma pizzaiuolo. Esattamente in questo modo: con la “u” che ne custodisce l'origine partenopea. Il fenomeno, peraltro, ci mostra che a viaggiare tra paesi e continenti sono i mestieri – prima che gli alimenti a cui si riferiscono – cioè tutti i gesti e le abilità tramandate nel tempo. Del resto, quando nel 2017 l'Unesco ha riconosciuto l'Arte del pizzaiuolo napoletano come patrimonio culturale immateriale dell'umanità, ha premiato proprio questo: un sapere umano. E lo stesso è accaduto con la cava e cerca del tartufo nel 2021, rituale in cui rientra anche il rapporto col cane da tartufo.
Le 10 parole italiane più diffuse all'estero secondo Treccani: domina la cucina
Al secondo e terzo posto arrivano espresso e moka. Due parole che raccontano altrettanti modi di intendere il caffè, uno al bar e l'altro a casa. La moka, inventata da Alfonso Bialetti nel 1933, ha peraltro un nome che viene da lontano: Mokha, il porto dello Yemen da cui partivano i carichi di caffè. Una parola che ha viaggiato verso l'Italia prima di ripartire, con la sua caldaietta a base ottagonale, alla conquista del mondo (una piccola storia di globalizzazione, quando ancora nessuno la chiamava così).
Al quarto posto c'è il tramezzino. Nato, secondo la ricostruzione tradizionale, al Caffè Mulassano di Torino nel 1925, quando Angela Demichelis Nebiolo reinterpretò il sandwich inglese. Il nome viene attribuito a Gabriele d'Annunzio, che avrebbe trovato un'alternativa italiana a quella parola straniera. Insomma, un secolo fa cercavamo di italianizzare i sandwich e oggi il percorso sembra riuscito.
La quinta posizione riserva un'altra sorpresa: jeans. Che di americano ha molto nella storia del suo successo, ma non nell'origine del nome, legata a Genova e al suo commercio di tessuti.
E poi torniamo al cibo con “carpaccio”, il piatto inventato da Giuseppe Cipriani all'Harry's Bar di Venezia e dedicato al pittore Vittore Carpaccio, per quel rosso della carne che ricordava i colori delle sue tele.
Completano la selezione italic (il corsivo tipografico nato dall'innovazione editoriale veneziana di Aldo Manuzio e Francesco Griffo), quindi le parole stucco, soprano e falsetto. Termini che ci ricordano come l'Italia abbia esportato nel mondo non soltanto specialità gastronomiche, ma anche musica, arte, artigianato e invenzioni.
Tornando al cibo, c'è qualcosa che è bello sottolineare: dire espresso, carpaccio o tramezzino, non indica evidentemente solo ciò che si mangia e si beve, ma allo stesso tempo anche un modo di preparare, servire e consumare, quindi lo stile di vita.
Ecco perché la forza della cucina italiana sa farsi capire senza traduzione, perché dietro a ogni termine c’è tutto un rituale, anche piccolo come un espresso al volo consumato al bancone del bar, che ci dice molto dell’amore per la dolce vita. A proposito, anche questa espressione all’estero non viene tradotta.
Guarda anche il videoracconto.