Sono passati 18 anni. Diciotto lunghi anni dalla sua morte, avvenuta nella sua amata città il 15 settembre 2006. C’è chi la odia, chi la ama e chi le porta un fiore ogni volta che passa per Firenze (è sepolta nel Cimitero Evangelico agli Allori), chi non sopporta di vedere neanche una copertina dei suoi libri che hanno venduto 20 milioni di copie e sono stati tradotti in 25 lingue. Tutti però con lei devono fare i conti. Lei, l’Oriana, la partigiana, la giornalista in un mondo di uomini, la Miss Fallaci dell’Europeo, l’intervistatrice delle star del cinema a Hollywood che però puntava molto in più in alto delle stelle (addirittura alla luna), tanto che poi sarà la prima donna in zona di guerra, la prima nelle stanze dei bottoni della politica mondiale, una delle prime a parlare dell’aborto in quel modo poetico e toccante di Lettera a un figlio mai nato (del 1967, molto prima dell’uscita del libro).
Quando l’attentato alle Torri Gemelle sconvolse la vita degli americani, del newyorkesi e anche la sua –abitava nell’Upper East Side, alla 61esima strada, vide tutto in diretta – si arrabbiò talmente tanto che produsse La rabbia e l’orgoglio (ma rileggetelo oggi e vedete che effetto vi fa), libro fortemente strumentalizzato e usato in ogni modo possibile per ferirla e buttarla giù dal suo piedistallo, un piedistallo che non si era certo costruita da sola.
Un libro che ha avuto almeno 28 ristampe. Ma niente era riuscito a farla desistere dal continuare a scrivere e a pensare, neanche la morte dell’amore della sua vita, Alexandros Panagulis, che proprio lei con Un uomo rese simbolo della resistenza ai regimi autoritari. Niente l’aveva fermata, nemmeno la malattia. Il suo ultimo regalo è stato Un cappello pieno di ciliegie: c’è tutta la musicalità della sua prosa, il suo amore per le pieghe della storia, la sua passione per il racconto. Oggi Oriana Fallaci è diventata una serie tv con Miriam Leone.