Storia di Marco, licenziato per aver preso il congedo di paternità: “Io pedinato da un detective, anche noi uomini siamo discriminati”
di Giulia D'AleoRoma — I suoi legittimi giorni di congedo parentale gli sono costati il licenziamento. Marco, operaio di 41 anni, li aveva chiesti per dividere con la compagna il carico di cura dopo la nascita della figlia e consentirle, come poche volte accade, di tornare a lavoro subito dopo la maternità. Ma secondo l’azienda, una piccola impresa di Assisi, ne avrebbe abusato utilizzandoli anche per fare la spesa e sistemare casa nelle ore in cui la bambina si trovava all’asilo. Niente che non sia già previsto dalla direttiva europea sulla conciliazione tra lavoro e vita familiare, a cui l’avvocata Nunzia Parra ha fatto appello. Della stessa idea anche il tribunale di Perugia, che a gennaio di quest’anno ha stabilito che lo scopo del congedo è anche quello di favorire il reinserimento lavorativo della madre e ha dichiarato nullo il licenziamento. «Ma lì non ci sarei più tornato. È stato un incubo».
Roma — I suoi legittimi giorni di congedo parentale gli sono costati il licenziamento. Marco, operaio di 41 anni, li aveva chiesti per dividere con la compagna il carico di cura dopo la nascita della figlia e consentirle, come poche volte accade, di tornare a lavoro subito dopo la maternità. Ma secondo l’azienda, una piccola impresa di Assisi, ne avrebbe abusato utilizzandoli anche per fare la spesa e sistemare casa nelle ore in cui la bambina si trovava all’asilo. Niente che non sia già previsto dalla direttiva europea sulla conciliazione tra lavoro e vita familiare, a cui l’avvocata Nunzia Parra ha fatto appello. Della stessa idea anche il tribunale di Perugia, che a gennaio di quest’anno ha stabilito che lo scopo del congedo è anche quello di favorire il reinserimento lavorativo della madre e ha dichiarato nullo il licenziamento. «Ma lì non ci sarei più tornato. È stato un incubo».
Partiamo dall’inizio.
«Lavoravo in quella ditta da 12 anni. Passavo lì otto ore al giorno, non ho mai fatto assenze. Poi nell’aprile del 2020 è nata mia figlia e le cose da fare in casa si sono moltiplicate. Così ho iniziato a chiedere un paio di giorni al mese di congedo».
E la sua compagna?
«Ne chiedeva uno alla settimana. È tornata a lavoro poco dopo la nascita, fa l’infermiera. Si pensa ancora che le madri debbano stare a casa a prendersi cura dei figli, ma è un dovere che va condiviso».
Come utilizzava i giorni di congedo?
«A lavoro davo sempre disponibilità per metà della giornata. Se la mia compagna era di turno la mattina, davo da mangiare a mia figlia, la vestivo e la portavo all’asilo. Ma il più delle volte chiedevo il pomeriggio libero, così da stare con lei se mia madre e mia sorella non potevano occuparsene. Quando mi hanno fatto seguire da un detective, è stata l’azienda stessa a propormi di assentarmi la mattina».
In che senso?
«Sospettavano che dopo aver accompagnato la bimba all’asilo avrei fatto altro. Lavorando otto ore al giorno non si ha il tempo di pulire casa e comprare da mangiare, ma loro sostenevano che non potessi farlo durante il congedo. Così sono stato seguito e fotografato di fronte a un supermercato. Mi è stata contestata perfino una pausa di cinque minuti al bar».
Prima di allora si erano mai lamentati?
«Il datore era obbligato a dire di sì alle mie richieste, ma non gli stava bene. Quella volta avevo preso tre giorni e me l’ha fatta pagare: alla vigilia di Natale mi ha sospeso con richiamo disciplinare. Poi il 29 dicembre mi ha licenziato per “giusta causa”, sosteneva avessi inferto un danno all’azienda».
È così?
«Era un mio diritto e avrò preso in tutto una ventina di giorni».
Il tribunale le ha dato ragione.
«E ha ordinato la reintegrazione. Ma io mi sono rifiutato di tornare, era uno stress continuo. Ma un lato positivo c’è stato».
Quale?
«Mentre ero disoccupato ho potuto occuparmi di mia figlia a tempo pieno. Se si lavora e basta si è papà solo di nome».