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Un femminicidio ogni 72 ore, ma più donne chiedono aiuto. Sparita l’educazione a scuola di Valditara

23/11/2023 Vigonovo. Gigantografia di Giulia Cecchettin e fiori sulla facciata del municipio (agf)

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Dopo Giulia Cecchettin, la strage non si ferma
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Roma — L’ultima si chiamava Aurora Tila, aveva 13 anni, è stata buttata giù da un balcone a Piacenza mentre tentava di aggrapparsi con le dita alla ringhiera e alla vita.

Dall’accoltellamento di Giulia Cecchettin sono state uccise 113 donne, una ogni tre giorni, quasi tutte ammazzate in famiglia o tra gli affetti, 62 da mariti, fidanzati, ex. Se è vero che nella coscienza collettiva esiste un prima e un dopo Giulia Cecchettin, lo stesso non può dirsi dei femminicidi. Le donne continuano a morire, gli uomini a ucciderle.

Lo raccontano le vite declinate al passato, lo dimostrano i numeri forniti dal Viminale: nei primi dieci mesi del 2023 e negli stessi di quest’anno il numero di femminicidi è spaventosamente identico. Verrebbe da dire che nulla è cambiato. Eppure qualcosa è successo.

Sempre più chiamate al 1522

A Roma, nel quartiere Prati, c’è la sede del 1522, il numero nazionale contro la violenza e lo stalking. Il telefono squilla incessantemente. Dal femminicidio Cecchettin, «l…

Roma — L’ultima si chiamava Aurora Tila, aveva 13 anni, è stata buttata giù da un balcone a Piacenza mentre tentava di aggrapparsi con le dita alla ringhiera e alla vita.

Dall’accoltellamento di Giulia Cecchettin sono state uccise 113 donne, una ogni tre giorni, quasi tutte ammazzate in famiglia o tra gli affetti, 62 da mariti, fidanzati, ex. Se è vero che nella coscienza collettiva esiste un prima e un dopo Giulia Cecchettin, lo stesso non può dirsi dei femminicidi. Le donne continuano a morire, gli uomini a ucciderle.

Lo raccontano le vite declinate al passato, lo dimostrano i numeri forniti dal Viminale: nei primi dieci mesi del 2023 e negli stessi di quest’anno il numero di femminicidi è spaventosamente identico. Verrebbe da dire che nulla è cambiato. Eppure qualcosa è successo.

Sempre più chiamate al 1522

A Roma, nel quartiere Prati, c’è la sede del 1522, il numero nazionale contro la violenza e lo stalking. Il telefono squilla incessantemente. Dal femminicidio Cecchettin, «le telefonate sono aumentate del 70 per cento — racconta Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna che gestisce il servizio — Le operatrici rispondono a 200 chiamate al giorno, una su quattro arriva da una donna che chiede aiuto o da un amico, una sorella, un genitore che lo fa per lei».

Per Ercoli significa due cose: «Si è infranto l’isolamento delle vittime, il tabù che induceva chi stava intorno a loro a restare in silenzio anche quando intuiva il pericolo. Ed è cresciuta la partecipazione della cittadinanza e la capacità di cogliere i segnali per fermare l’escalation di violenza».

Il clamore della morte violenta di Giulia Cecchettin a questo è servito. E qualcuna dopo di lei così si è salvata. Ma non basta. «La cultura patriarcale, di cui parlava la sorella Elena e che passa dall’inoccupazione femminile, dal gender pay gap, dagli squilibri nel lavoro di cura, non è stata scalfita. E la maggior consapevolezza del percorso di uscita dalle situazioni di violenza dev’essere supportata dalle istituzioni — aggiunge Ercoli — La Convenzione di Istanbul e il Codice rosso sono ottime leggi ma devono trovare le forze dell’ordine e la magistratura pronti, formati, efficaci nel proteggere le donne».

I braccialetti elettronici in tilt

Di strumenti ce ne sarebbero. Uno è il braccialetto elettronico. Sono più di 10mila quelli attivi, raddoppiati nell’ultimo anno per l’inasprimento delle norme. Eppure solo tra settembre e ottobre tre donne sono state uccise nonostante i loro aggressori lo indossassero.

Il Senato ha appena avviato un’indagine conoscitiva per capire come mai non funzionino come dovrebbero. Da tre anni Sara gira con una scatoletta nera che dovrebbe avvisarla se il suo ex si avvicina, ma a Repubblica ha raccontato (e come lei decine di altre donne) che il dispositivo è spento. L’Usmia, sindacato dei carabinieri, parla di 20mila falsi allarmi che fanno invece correre le pattuglie dove non serve e mettono le donne in allerta perenne.

Le ragazze nei centri antiviolenza

Nove su dieci tra quelle che chiamano il 1522 vengono indirizzate ai centri antiviolenza. Quando arrivano ai colloqui, da un anno in qua, nominano Giulia: «Non voglio fare la sua fine».

«Nella sua storia si sono riconosciute in tante. E l’eco è stata così forte da fornire lenti nuove a moltissime persone che vivevano situazioni di violenza senza rendersene conto», spiega Simona Ammerata dello sportello antiviolenza di Lucha y Siesta. «Da allora c’è stato un aumento del 15-20 per cento degli accessi ai centri e si è abbassata moltissimo l’età di chi subisce e dichiara molestie, stalking, violenza digitale, controllo». Se la strage non si ferma è perché, sostiene Ammerata, «gli strumenti e la visione con i quali le istituzioni fronteggiano la violenza di genere, tentando solo di ridurre il danno senza affrontarla come fenomeno strutturale, sono fallimentari».

Il flop dell’educazione alle relazioni del governo

Undici giorni dopo il femminicidio Cecchettin erano stati annunciati provvedimenti per prevenire la violenza maschile sulle donne e, prima di tutto, sulle ragazze. Il più importante era il progetto del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara: un timido, facoltativo e criticato abbozzo di “Educazione alle relazioni” nelle scuole d’Italia, che sola con altri quattro Paesi in Europa non prevede l’educazione sessuo-affettiva per legge. Nato tra le polemiche, passato dal licenziamento lampo delle tre garanti, è rimasto lettera morta. «Il Fonags, forum delle associazioni di genitori che avrebbe dovuto coordinare il progetto, non è stato mai convocato, nonostante i nostri solleciti», denunciano l’Agedo e le Famiglie arcobaleno.

«Nelle classi la sensibilità però è cresciuta, sia tra i docenti che avvertono il bisogno di parlarne sia tra i ragazzi — dice Monica Pasquino di Scosse, che porta l’educazione alle differenze tra i banchi — Quel che è tragicamente accaduto a Giulia ha fatto emergere violenze e relazioni tossiche che prima sarebbero state sottaciute e normalizzate».

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