Iddio protegga l'Italia dai pasticci del governo Meloni, che ne fa uno alla settimana. L'ultimissimo, compatibilmente con i tempi d'uscita di questa rubrichetta, sul Reddito di cittadinanza: nella legge per toglierlo di mezzo si sono scordati dei furbetti che ne abusavano, in pratica graziandoli; per cui adesso bisogna fare un'altra legge. Ma quanto a pasticci anche con i Balneari non è che a Palazzo Chigi abbiano fatto meglio; idem sull'abrogazione del superbonus, sulle accise sulla benzina, sul decreto rave e sulle intercettazioni a proposito delle quali, escluse quelle provvidamente divulgate dallo stesso ministero della Giustizia, è lecito aspettarsi il peggio. Per non dire la legge di bilancio, vero e proprio festival delle fughe in avanti e delle marce indietro: pos, tetto al contabile, scudo fiscale, articoli scritti a capocchia, distrazioni, improvvisazioni, lacune, rappezzi in extremis, spese lasciate scoperte o male attribuite, confusione e paralisi. Dal che si conferma l'ormai conclamata incapacità da parte della classe politica di produrre norme non si pretende decenti, ma almeno tali da non doverci subito rimettere mano, vedi l'immancabile "intervento correttivo", il rinvio in commissione, l'ulteriore decreto che di solito crea altri pasticci. Si dirà: la vocazione arruffona è ben più antica del governo Meloni. Ed è pure vero, a cominciare dalla parola stessa, che viene da "pasta" e celebra l'inestricabile legame fra sontuosa gastronomia e mala amministrazione. Di più: il termine "pasticcio" è entrato in uso nel Cinquecento grazie a due poeti molto particolari, Francesco Berni e Pietro l'Aretino, campioni della letteratura burlesca e licenziosa. Ma ciò che più colpisce è la rigogliosa e sintomatica fantasmagoria lessicale che ne declina il concetto: papocchio, pastrocchio, accrocchio, inguacchio, pateracchio, garbuglio, intruglio, imbroglio, impiccio, pecionata, casino. Roba nostra, nazionale e persino patriottica, fra Totò, Campanile, Zavattini, Flaiano e Arbasino cui si deve, rinforzatissima, la variante del "pasticcio di patate bollenti" come soluzione legislativa a un grave problema, però così inspiegabilmente raffazzonata da far sorgere il sospetto che si affidi a possibili effetti taumaturgici. E dunque tutto o quasi in Italia si fa pasticcio, dalla Libia alla Asl calabrese, passando per banconote sbagliate, gratta e vinci vincenti e geo-localizzati, lavoratori esodati, temi della maturità divulgati anzitempo, leggi elettorali che te le raccomando. C'è da tremare quando Meloni proclama che il 2023 sarà "l'anno delle riforme". Ben cinque ne ha elencate: presidenzialismo, giustizia, fisco, burocrazia e autonomia, a parte il Pnrr. La Repubblica dei capricci, La Repubblica dei pasticci.