"Il mio problema si chiama Matteo Renzi". Con queste parole Marco Minniti comincia una nuova fase di riflessione, dopo la prima lunghissima incertezza sulla candidatura: questa seconda fase può portarlo al ritiro dalle primarie. Un brutto colpo per i renziani impegnati a promuovere la corsa dell'ex ministro, a una manciata di giorni dalla presentazione ufficiale dei nomi (12 dicembre). Ma non per tutti loro. "C'è pochissimo tempo. Bisogna decidere entro oggi", avvertono i big della corrente. E qualcuno, ben contento, si prepara a un cambio in corsa: Lorenzo Guerini, ex vicesegretario, presidente del Copasir, diventerebbe lo sfidante renziano. Rompendo così un equilibrio che prima era tutto spostato nell'area degli ex Ds (Zingaretti, Martina, Minniti).
I rumors sul dietrofront di Minniti vengono raccolti dall'Adnkronos e confermati da molte fonti. L'ex titolare dell'Interno ha ancora la macchina renziana alle spalle, i big della corrente gli confermano il sostegno dopo una riunione concitata alla Camera. Ma, come era evidente fin dall'inizio, la chiave per Minniti sono le intenzioni dell'ex premier, vero dominus della candidatura: resta nel Pd o fa un movimento suo? È la domanda che dà il là al ripensamento. "La mia missione era tenere nel Pd la linea del riformismo e i renziani. Se fanno un'altra cosa, la missione finisce", è il ragionamento di Minniti.
Situazione molto complessa e fulmine a ciel sereno. Fino a lunedì non c'erano dubbi. Ieri Nicola Latorre, ambasciatore dell'ex ministro, ha cominciato a fare delle strane telefonate. "Marco ha qualche perplessità". Panico. Quali, è stato chiesto. "Cosa fa Matteo, se va via non ha più senso". Secondo gli amici più cari il dado è praticamente tratto: al 90 per cento Minniti si ritira e lascia la gara. Secondo Lorenzo Guerini resta in campo: "Non ci sono tensioni, stiamo lavorando".
Ma la riflessione è vera. Minniti vorrebbe sfilarsi oppure avere delle maggiori garanzie da Renzi, un no netto a qualsiasi ipotesi di scissione. Certo non ha trovato conforto nel programma della visita a Bruxelles dell'ex premier. Oggi Renzi all'Europarlamento vede la capogruppo dei liberali Margrethe Vestager e la presidente dei Verdi Rebecca Harms. E il gruppo dei socialisti e democratici cui appartiene il Pd? Nisba. Udo Bullman, presidente della famiglia socialista, ieri sera era ancora sorpreso: "Non ho avuto alcuna comunicazione da Renzi". Poi nella sede della commissione, che è un'altra istituzione, ha un incontro con il candidato alla presidenza il socialista Timmermans. Mentre non è previsto un colloquio con Federica Mogherini, vicepresidente del Pd nominata da Renzi con la quale i rapporti sono gelidi da anni. Meeting che verranno preceduti da una riunione coi deputati italiani (si annunciano alcune defezioni). Ad accompagnare Renzi ci sarà Sandro Gozi, il quale non smette di ripetere che bisogna andare oltre il Pd. L'ex premier sta cercando nuove famiglie europee? O alleanze anti-sovraniste, che avrebbero un significato diverso?
Questo guardarsi intorno senza fornire oggi indicazioni precise sulla collocazione europea è un altro segnale del disimpegno che Minniti non può reggere. Per il momento evita comunicazioni ufficiali, ma stavolta il tempo è quasi zero, le scadenza fissate e i renziani su tutte le furie: "Noi abbiamo dato ampie rassicurazioni. Ora sta a lui, abbiamo fretta". Oggi deve dire sì o no.
I rumors sul dietrofront di Minniti vengono raccolti dall'Adnkronos e confermati da molte fonti. L'ex titolare dell'Interno ha ancora la macchina renziana alle spalle, i big della corrente gli confermano il sostegno dopo una riunione concitata alla Camera. Ma, come era evidente fin dall'inizio, la chiave per Minniti sono le intenzioni dell'ex premier, vero dominus della candidatura: resta nel Pd o fa un movimento suo? È la domanda che dà il là al ripensamento. "La mia missione era tenere nel Pd la linea del riformismo e i renziani. Se fanno un'altra cosa, la missione finisce", è il ragionamento di Minniti.
Situazione molto complessa e fulmine a ciel sereno. Fino a lunedì non c'erano dubbi. Ieri Nicola Latorre, ambasciatore dell'ex ministro, ha cominciato a fare delle strane telefonate. "Marco ha qualche perplessità". Panico. Quali, è stato chiesto. "Cosa fa Matteo, se va via non ha più senso". Secondo gli amici più cari il dado è praticamente tratto: al 90 per cento Minniti si ritira e lascia la gara. Secondo Lorenzo Guerini resta in campo: "Non ci sono tensioni, stiamo lavorando".
Ma la riflessione è vera. Minniti vorrebbe sfilarsi oppure avere delle maggiori garanzie da Renzi, un no netto a qualsiasi ipotesi di scissione. Certo non ha trovato conforto nel programma della visita a Bruxelles dell'ex premier. Oggi Renzi all'Europarlamento vede la capogruppo dei liberali Margrethe Vestager e la presidente dei Verdi Rebecca Harms. E il gruppo dei socialisti e democratici cui appartiene il Pd? Nisba. Udo Bullman, presidente della famiglia socialista, ieri sera era ancora sorpreso: "Non ho avuto alcuna comunicazione da Renzi". Poi nella sede della commissione, che è un'altra istituzione, ha un incontro con il candidato alla presidenza il socialista Timmermans. Mentre non è previsto un colloquio con Federica Mogherini, vicepresidente del Pd nominata da Renzi con la quale i rapporti sono gelidi da anni. Meeting che verranno preceduti da una riunione coi deputati italiani (si annunciano alcune defezioni). Ad accompagnare Renzi ci sarà Sandro Gozi, il quale non smette di ripetere che bisogna andare oltre il Pd. L'ex premier sta cercando nuove famiglie europee? O alleanze anti-sovraniste, che avrebbero un significato diverso?
Questo guardarsi intorno senza fornire oggi indicazioni precise sulla collocazione europea è un altro segnale del disimpegno che Minniti non può reggere. Per il momento evita comunicazioni ufficiali, ma stavolta il tempo è quasi zero, le scadenza fissate e i renziani su tutte le furie: "Noi abbiamo dato ampie rassicurazioni. Ora sta a lui, abbiamo fretta". Oggi deve dire sì o no.