Politica

Election day, si vota a luglio o a settembre? Le incognite e gli scenari

Ceccanti (Pd): "Se Regioni e opposizioni non dimostrano più flessibilità, nessuno può fare miracoli". Fornaro (Leu): "La data del 20 settembre potrebbe essere il giusto compromesso". Intanto il voto sul decreto elezioni è rinviato all'8 giugno. Il comitato referendum: "Su scorporo Conte non chiude, rifletterà con maggioranza". Toti: "Se non si vota a luglio, regionali il 6 settembre"
4 minuti di lettura
La partita sulle elezioni regionali è ancora aperta. Il governo ha rimandato il voto a settembre, ma cinque Regioni - Veneto, Liguria, Marche, Campania e Puglia - di diverso colore politico non ci stanno. E si sono appellate al Quirinale per chiedere di anticipare il voto all'ultima domenica di luglio, il 26.


Dal Viminale arriva qualche segnale di apertura, con la possibilità di andare alle urne il 6 settembre e non il 20 come previsto dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte in un decreto che proprio oggi è arrivato in aula alla Camera per la discussione generale. Ma il voto sul decreto elezioni è stato rinviato all'8 giugno, per dare precedenza a quello sulla scuola. Più tempo per quadrare il cerchio tra le opposizioni che, per motivi politici, puntano al 27 settembre e le Regioni che spingono per anticipare al 6 settembre, qualora la data del 26 luglio sia messa definitivamente fuori gioco.

Anche il comitato tecnico scientifico ha dato il suo parere positivo a un election day ai primi di settembre. Quanto allo scorporo invece del referendum costituzionale dal voto per le regionali e le amministrative, il comitato promotore del referendum fa sapere che Conte "non chiude" e "rifletterà con la maggioranza".  Il governo ragiona dunque ancora sul 20 settembre come data dell'election day di regionali e amministrative. Per il referendum sul taglio dei parlamentari, invece, spunta l'ipotesi di un accorpamento con il turno di ballottaggio delle amministrative. Una novità rispetto alla linea della Commissione Affari costituzionali, dove invece è stato stabilito l'accorpamento delle regionali al referendum: un'unica tornata elettorale con seggi aperti due giorni, la domenica e fino alle 15 del lunedì.

"Su questo punto bisogna convincere i presidenti di Regione, altrimenti possono decidere di andare al voto solo per le regionali e non per il referendum", spiega Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato del Pd. In pratica sulla base delle norme vigenti non è possibile imporre alle Regioni l'election day ed esse possono legittimamente indire le loro elezioni sin da domenica 6 settembre.

Ma che si voti a luglio o a settembre quali sono le incognite nei vari casi? "Il 26 luglio è tecnicamente impossibile", taglia corto Ceccanti, dal momento che il decreto ha prorogato la durata dei Consigli regionali impedendo elezioni durante lo stato di emergenza, ossia fino a fine luglio, ed anche nel mese di agosto per ovvie ragioni". Di fatto il testo stabilisce due finestre: dal 15 settembre al 15 dicembre per le amministrative e dal primo settembre al 5 novembre di fatto per le regioni. Ma il decreto non definisce la data e neppure un election day.


Il 6 settembre, invece, sarebbe una data fattibile, utile anche a evitare che la scuola debba richiudere dopo aver appena riaperto. A patto che siano d'accordo anche le opposizioni che, a dispetto dei loro stessi presidenti, sono per votare in autunno inoltrato, per consentire un adeguato svolgimento della campagna elettorale specie nelle regioni dove il centrodestra è più in difficoltà, come la Campania. Certo, votare il 6 settembre comporterebbe la difficoltà di formare le liste e raccogliere le firme in pieno agosto. Ostacolo però reso meno duro dalla decisione in commissione di ridurre le firme dei due terzi. Ipotesi che non dispiacerebbe al presidente delle Marche Luca Ceriscioli, intervistato da Repubblica.


E che viene vista come "male minore" anche da quello della Liguria Giovanni Toti: "Questo dibattito è surreale: la finestra logica per il voto, in un Paese dove una campagna elettorale non può durare più di 40 giorni, è la fine di luglio. Se così non sarà credo sceglieremo di comune accordo la data del 6 settembre, dopodiché il governo per le comunali scelga ciò che ritiene". E aggiunge: "Nessun governatore di Regione - sottolinea - si prenderà la responsabilità di far riaprire le scuole dopo 4 mesi di chiusura, far andare i ragazzi a scuola e poi richiudere".

"Ci sono ovviamente ragioni che depongono a ricercare una data unica per ragioni organizzative, di risparmi e per limitare intralci con l'attività delle scuole sedi di seggio - spiega il deputato di Leu Federico Fornaro, esperto di sistemi elettorali -  ma attenzione: la riduzione a 1/3 delle firme vale per le amministrative e non automaticamente per le regioni, che hanno competenza primaria in materia di legge elettorale. Per le Regioni in linea teorica si potrebbe votare il 6, ma non sarebbe un election day con le amministrative. A latere c'è poi la questione della data del referendum costituzionale che spetta al governo".


Insomma la questione è complicata e per il momento non si vede una via d'uscita. "Non è vero che il governo è stato fermo sulle sue posizioni e che la maggioranza è stata sorda alle richieste delle opposizioni", aggiunge Fornaro contestando le accuse di opposizioni e Regioni sulla possibile scelta della data del 20 e 21 settembre per lo svolgimento dell'election day.

A conti fatti la data del 20 settembre è quella che potrebbe tenere insieme le diverse esigenze. Fornaro ricorda anche il precedente della Francia, che ha consentito le elezioni amministrative in piena pandemia e poi ha dovuto congelare il secondo turno per motivi sanitari.


"Ovviamente tutti auspichiamo la quadratura del cerchio, una data condivisa per l'election day", aggiunge Ceccanti. Ma c'è un problema oggettivo che rende difficile muoversi dal testo arrivato in Aula. "Il governo e il Parlamento possono solo dialogare con le Regioni e provare a convincerle, ma non hanno margini di imposizione", continua il deputato dem.

Il problema è che le richieste delle Regioni e quelle dei gruppi di opposizione, in particolare Forza Italia e Fratelli d'Italia, vanno in direzione del tutto opposta. "Se il governo decidesse di indicare una data più avanzata di quella già individuata nel 20 settembre, come richiesto dalle opposizioni, sulla base della finestra di legge, incentiverebbe le Regioni, già scontente per il 20, a votare da sole il 6 settembre".

Se invece governo e Parlamento volessero aprire prima la finestra per evitare quello scenario, scegliendo il 6 o il 13 settembre, come ad un certo punto si era ipotizzato, "la critica delle opposizioni, già sproporzionata, diventerebbe ancora più forte. Maggioranza e governo sono state e restano pragmatiche ed aperte - è la conclusione di Ceccanti - ma se anche le Regioni ed i gruppi di opposizione non si prestano ad un'analoga flessibilità, nessuno è in grado di fare miracoli". Oggi il deputato di Forza Italia Paolo Sisto ha chiesto in aula l'intervento del presidente della Repubblica per dirimere la questione.
I commenti dei lettori