Il campo largo riparte da un tavolo da pranzo, senza centrino. Eccoli ieri mattina, Giuseppe Conte ed Enrico Letta, faccia a faccia in un ristorante romano. Nel menu, le amministrative di giugno dove il centrosinistra proverà a marciare compatto, con qualche ostacolo sparso per lo Stivale, vedi Palermo; poi la manifestazione, anzi le manifestazioni, per la pace in programma oggi; e ovviamente la guerra in Ucraina e l'impatto del conflitto sull'economia italiana. Senza commensali del fronte centrista, "Enrico" e "Giuseppe", che si danno del tu come vecchi amici, sono d'accordo su un punto: l'asse giallorosso va cementato. E già questo è un passo avanti rispetto alla freddezza post quirinalizia e alle correnti che nel Movimento (e subito fuori, vedi Di Battista) provano a tirare per la giacca il leader stellato, spingendolo a una corsa solitaria, movimentista, magari confidando in un ritorno al proporzionale. Il pranzo di ieri spazza via i timori - o la speranza, a seconda della prospettiva - di un'asse incrinato. Letta e Conte la pensano quasi allo stesso modo sul conflitto e sulle mosse che dovrebbe portare avanti Draghi. E la scelta di manifestare per la pace uno a Firenze e l'altro a Napoli, non ha creato attriti. C'è sintonia, soprattutto, sul percorso che accompagnerà i due partiti alle politiche, tra meno di un anno.
Prima però ci sono le amministrative. E il puzzle non è così facile da comporre, sui territori, dove pesano dinamiche diverse rispetto alla politica nazionale. Pd e M5S dovranno tenere conto delle rispettive "basi", che in alcuni comuni si guardano in cagnesco da anni. Anche per questo, Letta e Conte hanno deciso di avvicinarsi alla scadenza della presentazione delle liste (la data ancora non è stata fissata, ma sarà a maggio) con tavoli settimanali, dove limare i contrasti e trattare per soluzioni condivise. I saldatori del campo largo lavoreranno lì. In qualche caso, l'accordo è fatto: per esempio a Genova, dove stellati e dem sosterranno Ariel Dello Strologo, presidente della comunità ebraica. In altre città i negoziati sono lontani dalla fumata bianca. A Palermo l'intesa sulla formula della coalizione c'è, ma manca un particolare: il nome del candidato. A L'Aquila si parla di primarie tra Stefania Pezzopane, deputata dem ed ex presidente della Provincia ai tempi del terremoto, e Fabrizio Marinelli, avvocato proposto dai 5 Stelle.
C'è poi la variante Calenda, che Letta vorrebbe tenere nel rassemblement. Ma il leader di Azione continua a ripetere: mai con i 5 Stelle. Affermazioni che Conte, anche ieri, ha liquidato così: Calenda ha pregiudizi verso di noi e non ho altro da aggiungere.
Oltre alle alleanze, l'ex premier lavora per strutturare il Movimento in vista delle politiche. La bega legale, nata dai ricorsi degli attivisti dissidenti di Napoli, è vissuta come un fastidio di fondo: Conte, tribunali permettendo, prova a tirare dritto. Ieri i militanti hanno confermato il nuovo statuto (una ratifica che ovviamente ha appassionato in pochi, circa 35mila i votanti). La prossima settimana si terrà il voto bis sulla sua leadership, poi toccherà ai 5 vicepresidenti. Ma Conte è pronto a far votare anche gli altri organismi, per riempire tutte le caselle delle gerarchie stellate: il consiglio nazionale, i probiviri, scaduti a dicembre, e il sostituto del dimissionario Di Maio al comitato dei garanti.
Sul versante Pd, arrivano adesioni da sinistra. Ieri il deputato Erasmo Palazzotto, ha lasciato Leu, di cui era tesoriere. Si unisce alle truppe dem, "perché penso che il Pd sia rimasto l'unico spazio della politica in cui abbia senso far vivere le battaglie e i valori della sinistra in questo Paese". L'esperienza di cartelli alternativi, aggiunge, "è stata un fallimento".