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Dalla giudice di Catania a Macron e ong. La galleria lunga un anno dei nemici immaginari esibiti dalla premier Meloni

Da quando è a Palazzo Chigi la lista degli avversari si è allungata. La crisi diplomatica con la Francia sulla gestione dei flussi migratori, gli attacchi a Gentiloni, lo scontro con Conte sul reddito. Ma le maggiori preoccupazioni spesso derivano non dall’esterno, ma da chi le siede al fianco
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L’ultima trincea l’ha opposta contro l’associazione dei magistrati, in rivolta (in parte) contro la censura al giudice di Catania che ha annullato il provvedimento di trattenimento di un immigrato. Giorgia Meloni ha aggiunto una nuova riga al quaderno dei “nemici”. Reali o immaginari. Veri o presunti. Oppure soltanto utili a costruire l’immagine di una destra contrastata dai poteri forti. Giorgia Meloni ha attaccato l’Europa, anche se a fasi alterne, ha messo all’indice le banche e i sindacati, i governi del passato che hanno lasciato “eredità pesanti”, persino le piattaforme televisive incolpate di produrre serie in cui si trasmettono modelli sbagliati a i giovani. E, ovviamente, i giornalisti.

La lista degli avversari è corposa e, con le toghe già scosse (eufemismo) dalle riforme di Carlo Nordio, la premier l’ha allungata sempre più, nei dodici mesi in cui è stata finora seduta a Palazzo Chigi. Fino a ricomprendere anche insidie esterne, di natura culturale, misoginia e se…

L’ultima trincea l’ha opposta contro l’associazione dei magistrati, in rivolta (in parte) contro la censura al giudice di Catania che ha annullato il provvedimento di trattenimento di un immigrato. Giorgia Meloni ha aggiunto una nuova riga al quaderno dei “nemici”. Reali o immaginari. Veri o presunti. Oppure soltanto utili a costruire l’immagine di una destra contrastata dai poteri forti. Giorgia Meloni ha attaccato l’Europa, anche se a fasi alterne, ha messo all’indice le banche e i sindacati, i governi del passato che hanno lasciato “eredità pesanti”, persino le piattaforme televisive incolpate di produrre serie in cui si trasmettono modelli sbagliati a i giovani. E, ovviamente, i giornalisti.

La lista degli avversari è corposa e, con le toghe già scosse (eufemismo) dalle riforme di Carlo Nordio, la premier l’ha allungata sempre più, nei dodici mesi in cui è stata finora seduta a Palazzo Chigi. Fino a ricomprendere anche insidie esterne, di natura culturale, misoginia e sessismo in primo piano. Fino a unire tutti i puntini urlando al complotto. Un elenco nel quale i maligni ravvisano tracce concrete di quel vittimismo che le viene contestato come mood comunicativo. E nel quale, va detto, l’opposizione politica ha un ruolo minore. Anche perché, con il passare del tempo, la responsabile del governo si è accorta che le maggiori preoccupazioni non derivano dall’esterno della sua coalizione. Ma da chi le siede al fianco. Riavvolgiamo il nastro delle contrapposizioni.

Banche

All’improvviso, in un torrido lunedì di agosto, la presidente del Consiglio in quasi esclusiva solitudine, senza dirlo prima ai suoi ministri, ha deciso di vestirsi da Robin Hood per togliere ai ricchi (tassa sugli extraprofitti delle banche) e dare ai più poveri (taglio del cuneo fiscale). Risultato: proteste di Abi, Bce e di qualche sponsor illustre (vedi Marina Berlusconi). È finita, a settembre, con una decisa correzione di rotta che ha ridimensionato non di poco gli effetti del colpo per le banche. Come il gettito per lo Stato che voleva dimostrarsi equo. E il rapporto fra governo e istituti di credito, ora, è da ricostruire.

Conte

Ufficialmente è il nemico pubblico numero uno, il disgraziato padre di provvedimenti infausti (reddito di cittadinanza e bonus edilizio) che hanno drogato il consenso e scassato i conti dello Stato. Ma anche il capro espiatorio di una manovra poverella e incerottata, tutta da costruire, che è una mina sul futuro del governo. Per capire cosa pensi Meloni di Conte, basti la definizione vergata dal “fedelissimo” Giovanbattista Fazzolari: “Santo protettore di ladri e affaristi”.

Dissenso interno

Poco, pochino, se ci limitiamo a Fratelli d’Italia, il monolite che Meloni ha costruito a sua immagine e somiglianza, piazzando la sorella Arianna a capo della segreteria politica, mentre il cognato Francesco Lollobrigida sembra finito in un cono d’ombra. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, presunto leader di una poco palpabile minoranza, ha borbottato quando è stato escluso dalla candidatura alla guida della Regione Lazio e ha perso il controllo sul partito in Lazio: “Sono come la sora Camilla, tutti la vojono e nessuno la pija”. Detto ciò, quando c’è stato da far sentire la propria voce, in assemblea nazionale, Rampelli – previo incontro con Arianna Meloni – si è guardato bene dal presentare una mozione di opposizione. Il congresso neppure si farà. E Giorgia è presidente sine limite. Post-fascista? No, la sua è una monarchia.

Francia

Paese simbolo di quell’elite europea combattuta in campagna elettorale, avversario politico dell’asse italiano con Ungheria e Polonia. Con Macron è stato duello continuo sulle politiche dell’immigrazione: una crisi diplomatica senza precedenti a inizio legislatura, un lungo inverno freddo, ora qualche segnale di dialogo su “soluzioni europee” contro gli sbarchi clandestini. Meloni non si fida, come non si fida di Scholz (e figuriamoci di Sanchez) ma è costretta a cercare sponde, anche per evitare il risultato evidente delle sue politiche in questo campo: un fallimento.

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Gentiloni

L’italiano meno amato dalla premier, il commissario europeo dei “no”. “Dovrebbe avere un occhio di riguardo per l’Italia”, ha detto Meloni, rimproverando all’esponente del Pd di non impegnarsi abbastanza su diversi dossier: Pnrr, patto di stabilità, infine accordo Ita-Lufthansa. Paolo Gentiloni ha solo fatto sapere che “queste polemiche danneggiano il Paese”. Il gelo rimane, testimoniato anche dall’entusiasmo (eufemismo) con cui la premier e Salvini hanno salutato l’intervento del commissario ai funerali di Napolitano: due distratti e freddissimi clap.

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Lagarde

Altra nemica da additare pubblicamente e non. Secondo Meloni è lei che, alzando i tassi, ha messo in crisi l’economia italiana (e non solo quella): “La cura rischia di essere peggiore della malattia”, scandisce la premier a Bruxelles, prima di un consiglio europeo. La politica monetaria della Bce non è cambiata, la contromanovra interna del taglio agli extraprofitti delle banche è parzialmente rientrata, Francoforte rimane un bersaglio ma il carovita è diventato il primo problema. Anche nei sondaggi.

Mercati

Rappresentano un fantasma che di recente ha cominciato ad aleggiare pesantemente sul governo. Specie dopo il provvedimento di Palazzo Chigi contro le banche. Lo ha segnalato il Financial Times, nell’articolo in cui si denuncia la fine della luna di miele fra Meloni e gli italiani. E visto che nel frattempo la Bce continua nella sua politica di rigore e lo spread risale, negli ambienti dell’esecutivo si è ripreso a parlare di complotto (vedi alla voce tecnici).

Ong

La madre di tutte le battaglie. Le organizzazioni non governative sono state oggetto del primo atto del governo (che comprendeva anche il sequestro delle navi), poi – a causa del finanziamento di un paio di Ong da parte di Berlino – il terreno di uno scontro senza precedenti con la Germania. Il leghista Crippa le ha paragonate all’esercito che Hitler muoveva prima della Seconda guerra mondiale, sterilizzando con un’enormità una campagna che alimenta la propaganda del governo.

Quotidiani

Intesi come rappresentanti dei media. Non tutti, sia chiaro. Ma pur in un contesto prevalente di stampa amica (specie le tv, da “Rai-Meloni” alla Mediaset dei Berlusconi dove lavora il compagno Andrea Giambruno), Meloni in questi mesi ha mostrato una certa allergia al confronto con i giornalisti. Battibecchi in conferenza stampa, una teoria di appuntamenti con i giornalisti disertati, un rapporto evidentemente non felicissimo pure con il suo ex portavoce, Mario Sechi, che dopo poco più di tre mesi ha deciso di lasciare l’incarico. Qualche segnale recente di apertura ma sempre nel quadro di una generale diffidenza verso il mondo dell’informazione. E di una tendenza, per carità non esclusiva, a tramutare le critiche in attacchi strumentali.

Salvini

“Con Giorgia stiamo diventando quasi amici”, ha detto a un certo punto Matteo Salvini. Prima che i rapporti precipitassero in concomitanza con la decisione del segretario della Lega di speculare sul flop delle politiche migratorie del proprio governo per conquistare consensi all’interno del centrodestra. Gli attacchi di Calderoli, di Crippa, il generale refrain di esponenti del Carroccio guidati dal Capo (“Quando c’era Matteo al Viminale era tutta un’altra cosa”) hanno spinto Meloni oltre il livello di sopportazione. E a rifilare al suo vicepremier una stoccata diretta in consiglio dei ministri, prima che si esaminasse la Nadef: “Il nostro scopo non deve essere quello di inseguire il consenso, ma raggiungere risultati concreti”. La convivenza, oggi, è più complicata che mai. E gli otto mesi di campagna elettorale per le Europee non annunciano schiarite.

Sindacati

Con i maggiori sindacati il feeling, mettiamola così, non è mai scattato. Malgrado la visita della premier al congresso della Cgil di Rimini, pesa lo sgarbo del Primo maggio, quando Meloni convocò un cdm per approvare misure a favore dell’impiego (con tanto di video illustrativo) nel giorno della festa organizzata da Cgil, Cisl e Uil. Le resistenze della presidente del Consiglio sul salario minimo non hanno agevolato il clima e Meloni indica spesso e volentieri l’ostilità di Maurizio Landini, il più acceso critico della manovra in cantiere. Intanto, ai tavoli di concertazione, spuntano sempre più spesso sigle minori, semisconosciute e di ispirazione cattolica, attraverso le quali – è l’accusa della Cgil – il governo tenta di contraffare il confronto con i rappresentanti dei lavoratori. Prendendosi in sostanza tutti i ruoli, parte e controparte. E tentando di cancellare qualche spunta blu dalla lunga lista dei nemici. Reali o immaginari.

Tecnici (governo dei)

È tornato di moda, nel dibattito, il governo dei tecnici, totem che era stato accantonato con la caduta di Draghi. Qualcosa di più di una suggestione, da accostare a quella del complotto dei poteri forti. Lo spread e la censura della stampa internazionale hanno portato Meloni a dire che c’è una manovra dei “soliti noti” per tornare a un governo di esperti “non voluto dagli elettori”. Incubo 2011, seppur il paragone con il rovescio di Berlusconi, per ammissione di un testimone diretto dell’epoca come Giulio Tremonti sia improprio. Mario Draghi intanto ha assunto un incarico a Bruxelles, non dispensa più da un pezzo consigli a chi gli è succeduto a Chigi e il governo Meloni stenta a sostenere la candidatura di un draghiano di ferro come l’ex ministro Daniele Franco per la guida della Bei. Tempi che cambiano, sospetti che restano. Da riassumere in una sola parola: complotto.

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