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“Un decreto ogni 8 giorni, il governo cancella il Parlamento”. Da +Europa appello alle opposizioni: “Insieme da Mattarella”

Il segretario del partito, Riccardo Magi, ha messo in fila gli atti dell’esecutivo in meno di un anno: 41 decreti, 11 omnibus: “Urgenza democratica”. Ma le critiche ai dl arrivano anche dalla maggioranza. Il governo: “Va cambiato il regolamento della Camera”
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Ben 41 decreti in meno di un anno, uno ogni 8 giorni. Un numero che, per il segretario di +Europa Riccardo Magi, mette in luce l’operato del governo Meloni e il suo rapporto con le Camere. “È inaccettabile parlare di riforme se non si parte da questo: dalla cancellazione del Parlamento”, dichiara il deputato, lanciando anche alle opposizioni un invito: “Andiamo insieme da Mattarella”.

Magi snocciola i numeri: “A settembre la media aumenta, perché i decreti sono stati 6. Di questi 41, quattro sono decaduti, otto sono ancora da convertire. Si è fatto ricorso alla fiducia 19 volte, in almeno una delle due Camere”. Cifre che rappresenterebbero una vera e propria emergenza. “Per noi di +Europa, questa rappresenta un'urgenza democratica”. Tanto da fare appello alle altre forze di opposizione per “recarci insieme dal presidente Mattarella, in occasione del compito di un anno di vita politica e istituzione di questo governo, il 22 ottobre, per porre una ques…

Ben 41 decreti in meno di un anno, uno ogni 8 giorni. Un numero che, per il segretario di +Europa Riccardo Magi, mette in luce l’operato del governo Meloni e il suo rapporto con le Camere. “È inaccettabile parlare di riforme se non si parte da questo: dalla cancellazione del Parlamento”, dichiara il deputato, lanciando anche alle opposizioni un invito: “Andiamo insieme da Mattarella”.

Magi snocciola i numeri: “A settembre la media aumenta, perché i decreti sono stati 6. Di questi 41, quattro sono decaduti, otto sono ancora da convertire. Si è fatto ricorso alla fiducia 19 volte, in almeno una delle due Camere”. Cifre che rappresenterebbero una vera e propria emergenza. “Per noi di +Europa, questa rappresenta un'urgenza democratica”. Tanto da fare appello alle altre forze di opposizione per “recarci insieme dal presidente Mattarella, in occasione del compito di un anno di vita politica e istituzione di questo governo, il 22 ottobre, per porre una questione che non può più essere ignorata”.

A motivare l’allarme, numeri crescenti anche rispetto ai precedenti esecutivi. Secondo una ricerca svolta da Openpolis, Mario Draghi ha approvato 3,2 decreti al mese; 2,8 e 2,4 quelli approvati ogni mese dai governi Letta e Monti. A conquistare il primato, però, per adesso c’è proprio lei, Giorgia Meloni, con una media di 3,6 decreti al mese. Dei 41 totali, finora, un motivo di preoccupazione, segnala Magi, è rappresentato anche dalla loro approvazione. Di questi infatti ben 19 hanno ottenuto la fiducia in una sola delle Camere.

“Un'altra questione che sottoporremo al presidente della Repubblica”, specifica Magi, “riguarda il fatto che questo governo è intervenuto più volte, reiteratamente e per decreto, sulla stessa materia, per esempio sull'immigrazione. La materia è stata oggetto di quattro decreti che si sono concentrati nell'arco di pochi mesi, questo significa e dimostra che non c'è un'effettiva necessità e urgenza, ma c'è piuttosto c'è la necessità e l'urgenza di correggere le norme che il governo stesso ha emanato su quella materia”. Dallo stesso Mattarella più volte durante il suo mandato è giunto un avvertimento: “Basta decreti omnibus o li rinvio”. Con queste parole il capo dello Stato ha messo in guardia i partiti dal ricorso a certi mezzi istituzionali e dallo scavalcare il Parlamento.

Ma è anche dalla stessa maggioranza che si sollevano critiche sull’approccio assunto dall’esecutivo. L’abuso di decreti, infatti, metterebbe a rischio in questa fase l’attività della prima e seconda commissione della Camera in affanno nell’esaminare il dl Giustizia che, secondo la legge, va convertito entro 60 giorni. “Credo di interpretare il sentimento unanime della mia commissione e anche quello dei componenti della 2a commissione”, ha affermato il presidente della commissione Affari Costituzionali a Montecitorio Alfredo Balboni, FdI, “nel rappresentare il disagio per non aver potuto adempiere al mandato parlamentare, al nostro lavoro e alla nostra funzione nell'esaminare e votare questo provvedimento”. Poi, l’affondo contro il suo stesso governo e la sua “prassi sulla quale credo che quest'Aula e il Parlamento intero debbano riflettere attentamente, da ambo le parti”.

Incurante delle parole del capo dello Stato, con 11 decreti omnibus nel suo breve curriculum di Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni ha tirato dritto macinando una mole di decreti. A concederle la possibilità, secondo l’ex deputato dem Stefano Ceccanti, la situazione sempre più frequente in cui i “governi si trovano di fronte ad una serie di emergenze che cercano di affrontare attraverso la decretazione. In altri Paesi avviene la stessa cosa, ma con i disegni di legge. Perché per la loro approvazione ci sono tempi certi, che da noi non esistono”. 

L’altro giorno, a Montecitorio, il ministro per i rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, aveva giustificato così la posizione del governo: “La richiesta del voto di fiducia è una “particolarità” soprattutto della Camera dei deputati. Non è così al Senato, dove riusciamo molto spesso a evitare la questione di fiducia e a avere un dibattito in Commissione e anche in Aula, con gli emendamenti che vengono discussi, approvati o bocciati. Questo perché il Regolamento del Senato consente due diritti fondamentali: il diritto della maggioranza di sapere con certezza che entro una data quel provvedimento uscirà dall'Aula e il diritto dell'opposizione di far valere le proprie ragioni negative, di contrasto o di opposizione, in Aula, con gli emendamenti e con la discussione senza il voto di fiducia. Questo alla Camera non è stato possibile. Spero che si possa ragionare su questo, però serve anche cambiare il Regolamento della Camera”.

Per Magi, però, siamo difronte a una deriva istituzionale da cui “non si torna più indietro” e che “condiziona in termini degenerativi tutta la vita democratica di un Paese”, conclude Magi, ricordando che “non si deve solo lanciare l'allarme, si deve porre il problema in termini istituzionali”. L’intenzione di recarsi al Colle ne è la prova.

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