Meloni nel bunker, attacca Draghi: “Faceva foto: a casa non portava niente”. Cresce la tensione per i ritardi della manovra
di Emanuele LauriaROMA – Supermario, per lei, è tornato a essere uno spauracchio, un’ombra fastidiosa, un fantasma da allontanare. Alimenta il suo nervosismo per i ritardi di una manovra che doveva essere «rapida e senza emendamenti» e si è trasformata in un bastimento che arriverà in porto sotto Capodanno. Nutre la tensione per un viaggio a Bruxelles, destinazione consiglio europeo, senza obiettivi certi, con le incognite del patto di stabilità e di un Mes di cui nel suo discorso non parla mai, da scaricare anzi sulle spalle del Parlamento. È in questo clima, nel bel mezzo della replica nel dibattito sulle comunicazioni in vista della trasferta belga, che Giorgia Meloni perde nuovamente le staffe, in un crescendo che è ormai canovaccio della serie “la premier affronta l’Aula”. Ma a sorpresa, dopo l’attacco a Giuseppe Conte e al suo governo «che con il favore delle tenebre» approvò il nuovo regolamento del fondo Salva-Stati, ecco l’inusitato affronto a Mario Draghi: «Mi ha molto colpito - dice - che si…
ROMA – Supermario, per lei, è tornato a essere uno spauracchio, un’ombra fastidiosa, un fantasma da allontanare. Alimenta il suo nervosismo per i ritardi di una manovra che doveva essere «rapida e senza emendamenti» e si è trasformata in un bastimento che arriverà in porto sotto Capodanno. Nutre la tensione per un viaggio a Bruxelles, destinazione consiglio europeo, senza obiettivi certi, con le incognite del patto di stabilità e di un Mes di cui nel suo discorso non parla mai, da scaricare anzi sulle spalle del Parlamento. È in questo clima, nel bel mezzo della replica nel dibattito sulle comunicazioni in vista della trasferta belga, che Giorgia Meloni perde nuovamente le staffe, in un crescendo che è ormai canovaccio della serie “la premier affronta l’Aula”. Ma a sorpresa, dopo l’attacco a Giuseppe Conte e al suo governo «che con il favore delle tenebre» approvò il nuovo regolamento del fondo Salva-Stati, ecco l’inusitato affronto a Mario Draghi: «Mi ha molto colpito - dice - che si sia fatto riferimento al grande gesto da statista del mio predecessore Draghi e la foto in treno verso Kiev con Macron e Scholz. Per alcuni la politica estera è stata farsi una foto con Francia e Germania quando non si portava a casa niente. L’Europa non è a tre ma a 27, bisogna parlare con tutti: io parlo con la Germania, la Francia e pure con l’Ungheria, questo è fare bene il mio mestiere».
Parole che arrivano qualche giorno dopo la notizia, pubblicata da Repubblica, di un progetto del presidente francese Emmanuel Macron per far sedere l’ex premier sulla poltrona di presidente della commissione europea. Una notizia che Meloni non aveva commentato ma che ha suscitato in lei il sospetto e l’irritazione verso un disegno che rimette al centro i principali partner dell’Unione, Francia e Germania appunto, quei Paesi che nel 2022, in campagna elettorale la premier criticava come rappresentanti di un’élite da contrastare. Il ritorno ai vertici dell’Ue di Mario Draghi toglierebbe visibilità a Meloni, malgrado il riuscito tentativo, che le è costato mugugni all’interno dell’alleanza, di stringere buoni rapporti con tutte le Cancellerie europee. L’ipotesi che l’ex capo della Bce vada alla guida del governo dell’Europa, d’altronde, sta già facendo fibrillare la maggioranza, con Matteo Salvini che ha chiamato allarmato Chigi e rimasto in silenzio solo perché i meloniani, a cominciare dal presidente del gruppo dei Conservatori Nicola Procaccini, hanno bocciato formalmente l’ipotesi. Che però resta lì, ad inquietare una premier che si barcamena fra l’approccio istituzionale alla partita delle elezioni europee e l’esigenza di non farsi sottrarre voti dalla Lega che ha rilanciato l’ultradestra xenofoba e filo-russa. Anche stavolta, in aula, deve dare una risposta a Salvini (che peraltro fisicamente non c’è).
Meloni cita Conte e lo accusa sul Mes: "Ha dato il via libera con il favore delle tenebre"
L’ansia è alta, il resto lo fa la tendenza di Meloni a ribattere sempre a muso duro agli avversari in Parlamento. Fino all’attacco a Draghi, frettolosamente corretto al termine dei lavori con una precisazione un po’ ballerina: «Io ce l’avevo col Pd, non con Draghi. Lui non c’entra niente, anzi ho rispettato la sua fermezza di fronte alle difficoltà che aveva nella sua maggioranza». Sarà. Ma allora di chi parlava Meloni dicendo che prima di lei in Europa «non si portava a casa niente»? Difficile non rubricare il tutto alla voce scivolone, ma arduo anche ritenere che si sia trattato solo di questo. È un passaggio che esprime nervosismo, che evidenzia il timore di uno scenario che comunque non può escludere del tutto: anche se, al massimo, la leader preferirebbe il suo predecessore nel ruolo di presidente del consiglio europeo. Di certo, dopo la sua replica, Meloni va via da Montecitorio senza attendere le dichiarazioni di voto dei big dell’opposizione, fra cui Giuseppe Conte ed Elly Schlein, che finirà con sferzarla a distanza: «Viva l’Italia antifascista, sentite come suona bene».
Quando è già buio fuori Montecitorio, Meloni esce con nuove preoccupazioni e la sensazione di non riuscire a mantenere la promessa di un’approvazione rapida e senza emendamenti della manovra. Altro che varo prima dell’Immacolata, altro che risultato da esibire nella vetrina di Atreju. L’impegno alla velocità e al rigore si trasforma in un’illusione, con gli emendamenti negati pubblicamente che rientrano dalla finestra delle proposte dei relatori e la prospettiva di un sì alla legge di stabilità al fotofinish, fra Natale e Capodanno. Meloni lo fa presente ai capigruppo riuniti prima delle comunicazioni sul Consiglio europeo. Non tutti la prendono bene: «Saltiamo le vacanze per pigiare solo dei tasti a favore di una normativa che dal Senato arriverà in ritardo e blindato», chiosa un deputato di Forza Italia. Nulla di diverso da un passato che Giorgia, con la spada di Damocle di Draghi sul capo, voleva sovvertire.