L’Autonomia leghista è legge. L’opposizione: “Referendum”
di Giovanna VitaleROMA — Quattordici ore. Tanto impiega la Lega a pareggiare i conti con Fratelli d’Italia, reduce dallo sprint sul premierato approvato martedì pomeriggio in prima lettura al Senato. Trasforma in legge, con il via libera della Camera, l’Autonomia differenziata. Un traguardo che Matteo Salvini avrebbe voluto tagliare in anticipo rispetto agli alleati, vincendo così la gara delle riforme-bandiera che da tempo agita la maggioranza. E ci sarebbe pure riuscito se i suoi deputati, insieme a un manipolo di meloniani, non avessero aggredito un collega grillino poi finito in infermeria. Tumulti che hanno rallentato i lavori, suscitando fra i padani il sospetto che pure nella coalizione di governo — attraversata da dubbi e mal di pancia, specie la pattuglia forzista che alla fine diserterà in massa insieme a qualche “fratello” di rango — albergasse la tentazione di frenare il disegno secessionista caro al Carroccio.
Per questo, nella notte tra martedì e mercoledì, si decide di forzare. E approva…
ROMA — Quattordici ore. Tanto impiega la Lega a pareggiare i conti con Fratelli d’Italia, reduce dallo sprint sul premierato approvato martedì pomeriggio in prima lettura al Senato. Trasforma in legge, con il via libera della Camera, l’Autonomia differenziata. Un traguardo che Matteo Salvini avrebbe voluto tagliare in anticipo rispetto agli alleati, vincendo così la gara delle riforme-bandiera che da tempo agita la maggioranza. E ci sarebbe pure riuscito se i suoi deputati, insieme a un manipolo di meloniani, non avessero aggredito un collega grillino poi finito in infermeria. Tumulti che hanno rallentato i lavori, suscitando fra i padani il sospetto che pure nella coalizione di governo — attraversata da dubbi e mal di pancia, specie la pattuglia forzista che alla fine diserterà in massa insieme a qualche “fratello” di rango — albergasse la tentazione di frenare il disegno secessionista caro al Carroccio.
Per questo, nella notte tra martedì e mercoledì, si decide di forzare. E approvare in via definitiva una legge contro la quale alcune Regioni del Sud, Campania in testa, stanno già studiando un ricorso alla Corte costituzionale e le opposizioni unite preparano una battaglia referendaria.
Ecco dunque la scena a Montecitorio. I capigruppo si riuniscono sulla richiesta della maggioranza di proseguire per tutta la notte, senza interruzioni, fino all’ok definitivo. Le opposizioni rifiutano, ma la proposta — sottoposta all’assemblea — passa coi soli voti del centrodestra. È il primo strappo, non sarà l’ultimo. Alle otto del mattino, in fondo a un inedito tour de force, l’Autonomia viene licenziata con 172 sì e 99 no, mentre i deputati 5S intonano l’inno di Mameli e quelli leghisti, che nei giorni precedenti avevano snobbato il Tricolore, sventolano i vessilli veneti e lombardi salutati dallo sguardo commosso del ministro Giorgetti. All’appello mancano 22 berlusconiani su un totale di 45. In FdI brillano le assenze al momento del voto finale del sottosegretario Galeazzo Bignami e del lucano Salvatore Caiata, vicinissimi alla presidente del Consiglio. «Stamattina non è solo morta l’unità nazionale, ma è stata azzoppata anche la maggioranza», ha buon gioco a denunciare la dem Chiara Braga: «Alla prova dei fatti la destra non regge, metà del gruppo di FI non ha votato».
Quisquilie per il padre del ddl: «Mi tremano le gambe per l’emozione», confesserà poi il ministro Roberto Calderoli, dedicando il risultato al nonno Guido: «Nel mio cuore scorre un sangue autonomista fin da prima che io nascessi». Una «giornata storica» esulta Salvini insieme all’intero stato maggiore, con il governatore Luca Zaia che convoca addirittura una conferenza stampa per celebrare «la bella pagina di democrazia». Costretta per una volta a inseguire la premier Meloni, pronta a mettere comunque il cappello su una riforma più subita che voluta: «Più coesione, più sussidiarietà, l’autonomia è l’esatto contrario delle logiche del passato incentrate su politiche meramente assistenziali, soprattutto nel Mezzogiorno», prova a rintuzzare le accuse. «Gli italiani scelgano da che parte stare», dichiara evocando il referendum. E accusa di difesa dello «status quo» il centrosinistra. Che sullo Spacca-Italia si riscopre più compatto che mai.
Lo aveva già detto in aula Elly Schlein: «Ci hanno tenuto tutta la notte in Parlamento pur di brandire lo scalpo del Sud prima dei ballottaggi. E così FdI si piega all’antico sogno secessionista della Lega. Suggerirei che a questo punto cambiassero il nome in Brandelli d’Italia. O Fratelli di mezza Italia, visto che la stanno spaccando in due. Continueremo a batterci contro l’autonomia e il premierato insieme alle altre opposizioni». Un attacco a testa bassa, rincarato in serata per replicare alle parole di Meloni: «Ha piegato la testa davanti ai ricatti della Lega che ha minacciato di far cadere il governo», tuona la segretaria del Pd. «E meno male che diceva di non essere ricattabile». In sintonia con Giuseppe Conte che sui social graffia: «Spaccano il Paese col favore delle tenebre. Si fanno chiamare Fratelli d’Italia ma poi dividono gli italiani in serie A,B,C». Durissima Maria Elena Boschi: «Ci saranno più burocrazia e più diseguaglianze. Un’occasione persa. Buongiorno a voi», saluta su X, «e buonanotte alle istituzioni».
È il preludio alla reunion del campo largo che si fa extralarge, coinvolge pure Calenda e Renzi, e chiama il Paese alla mobilitazione. «Raccoglieremo le firme per un referendum che boccerà l’Autonomia e poi anche il premierato», annuncia in Senato il dem Francesco Boccia, invitando il ministro dell’Economia a spiegare in Parlamento «come intendano andare avanti, visto che la legge è in vigore e non c’è un euro». Richiesta sposata da Avs, 5S e Iv. «State rosicando», replica stizzito il leghista Romeo. È questo il tenore del dibattito. Già svelato dal capogruppo FdI alla Camera concludendo il suo intervento in aula: «Buona fortuna camposanto», l’augurio di Tommaso Foti alle opposizioni unite contro la secessione nordista.