WASHINGTON — Il volo dell’aeronautica militare atterra nella base di Andrews quando in Italia è notte. Giorgia Meloni arriva al vertice Nato isolata in Europa, per la prima volta anche a destra. Per distrarsi, invita a cena Guido Crosetto e Ignazio La Russa (il presidente del Senato la anticipa di qualche ora con un altro volo di Stato). Il momento delle scelte di campo si avvicina, i margini di manovra ridotti. E la premier è tormentata dai dubbi: la ragione le consiglia di votare Ursula von der Leyen - gli spiragli perché accada sembrano allargarsi - ma l’istinto continua a frenarla. Non vuole darla vinta agli europeisti, certificando la sconfitta subita a Bruxelles. Intanto, il gruppo di Patrioti - costruito per emarginarla - la provoca. E Matteo Salvini lavora davvero per sgambettare il suo governo.
Mettiamo ordine, perché sono ore di tormenti che aggrovigliano la strategia. Partiamo dal rapporto con i patrioti putiniani che l’hanno tradita. La novità è che il gruppone estremista adesso finge di invitarla ad unirsi alla compagnia. Meloni non lo farà, dovrebbe rinnegare la linea di sostegno all’Ucraina per la quale ha sacrificato l’intesa con Orbán. E dunque, ai lepenisti e a Vox che le chiedono di ripensarci replica con una smorfia che significa: questo assomiglia ad un affronto. E d’altra parte, i sovranisti che piacciono a Mosca giocano apertamente per Trump, mentre Meloni – almeno in questa fase – non può e non vuole farlo.
È un posizionamento che arriva nonostante l’esperienza traumatica del G7 di Borgo Egnazia, dove era rimasta colpita da un intervento a porte chiuse di Joe Biden, incerto e a tratti addirittura poco comprensibile. Ciononostante, Meloni continua a preferire un nome democratico, perché valuta l’opzione come stabilizzante per il suo governo: vale per Biden o per un sostituto (la diplomazia italiana ha notizie certe di una staffetta dem, senza escludere l’opzione Michelle Obama). E soprattutto, la premier non nasconde alcuni dubbi sulla convenienza di un’eventuale vittoria di Donald Trump. Le ragioni sono due: una politica, l’altra pratica.
Partiamo da quella pratica: fonti ben informate l’hanno avvertita che il repubblicano non sarebbe per nulla ben disposto verso di lei. Il tycoon, come raccontava già nel 2018 Michael Wolff nel suo “Fuoco e furia”, è soggetto a sbalzi di giudizio, ma con una stella polare: «Dagli altri esige una devozione indefessa». Ecco, Trump non avrebbe gradito il legame costruito da Meloni con Biden. E sarebbe stato colpito, in particolare, dall’immagine del bacio sulla testa del Presidente alla premier durante una visita a Washington. In più, avrebbe apprezzato la scelta di Salvini di schierarsi pubblicamente al suo fianco, contro l’attuale amministrazione.
La ragione politica è invece evidente: il gruppo dei Patrioti si muove nel solco della linea di Trump e Putin, senza nascondere di voler sacrificare l’Ucraina. Non è un posizionamento che Meloni potrebbe sostenere con facilità. Intanto perché nega una linea sposata con convinzione sincera. E poi perché servirebbe l’ennesima capriola, rinnegando l’atlantismo in nome di un sovranismo filoputiniano. In passato, Meloni ha stupito per rapidità di conversione (un esempio fu proprio il giudizio su Biden), ma in questo caso si tratterebbe di un’autentica impresa.
E infatti i segnali vanno in un’altra direzione, almeno per il momento. La propaganda dell’esecutivo ieri tendeva a rivendicare la serietà di una destra atlantista, stabile, vincente (lo ha fatto il capogruppo Tommaso Foti). L’unica in Europa ancora ostile a Putin: tra i primi a condannare l’attacco all’ospedale pediatrico di Kiev c’è non a caso il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
Ecco, in questo scenario Meloni deve respingere la corte interessata dei Patrioti - che cercano di farla passare per “collaborazionista” con Bruxelles – e valutare seriamente l’opzione di un sostegno ad Ursula. Servirebbe però una narrazione capace di giustificare la svolta. Il primo terreno è quello del portafoglio di peso, che Roma pretende: chiederà l’Economia o il Mercato interno, più probabilmente otterrà il Bilancio per Raffaele Fitto. E poi si spera in un segnale sui migranti da von der Leyen, ma non è scontato che arrivi: la Presidente della Commissione non vuole irritare Pse e Verdi. Come ha spiegato Carlo Fidanza, alla fine Meloni eviterà comunque l’astensione: voterà a favore, oppure contro. E si torna ai dilemmi: la ragione spinge per il sì, il cuore stenta ad abbandonare l’ennesimo no.