✕

Orbán sfida l’Europa: “Le cose sono cambiate”. Macron: svegliamoci o saremo divorati

Orban e Macron (Photo by Ludovic MARIN / AFP)

 

Ascolta l'audio

La corsa della destra a ingraziarsi il nuovo presidente Usa. I timori del Ppe
2 minuti di lettura

BUDAPEST — «Le cose ormai sono cambiate, dovete capirlo». In qualità di “padrone di casa” è l’ungherese Viktor Orbán a mettere sul tavolo, prima della Comunità politica europea (vertice dell’Ue allargato a Gran Bretagna, Turchia, Ucraina, Moldavia, Georgia e paesi balcanici) e poi nella cena dei soli leader dell’Unione, il tema Trump. E l’esito della discussione è stato inequivocabile: «L’accordo tra di noi non c’è». Da una parte gli “europeisti” capeggiati dal presidente francese Emmanuel Macron, dall’altra i “sovranisti” con il premier magiaro a contendere il ruolo di “sussurratore” della Casa Bianca a Giorgia Meloni.

Le elezioni presidenziali hanno dunque acuito le tensioni che già erano evidenti tra i vertici europei. Il nervosismo è apparso evidente fin dalla mattina. Il tycoon americano è un ciclone che rischia di abbattersi anche sul Vecchio Continente. E il primo ad avvertire i rischi è stato proprio l’inquilino dell’Eliseo. «Il nostro ruolo qui all’interno dell’Unione europea…

BUDAPEST — «Le cose ormai sono cambiate, dovete capirlo». In qualità di “padrone di casa” è l’ungherese Viktor Orbán a mettere sul tavolo, prima della Comunità politica europea (vertice dell’Ue allargato a Gran Bretagna, Turchia, Ucraina, Moldavia, Georgia e paesi balcanici) e poi nella cena dei soli leader dell’Unione, il tema Trump. E l’esito della discussione è stato inequivocabile: «L’accordo tra di noi non c’è». Da una parte gli “europeisti” capeggiati dal presidente francese Emmanuel Macron, dall’altra i “sovranisti” con il premier magiaro a contendere il ruolo di “sussurratore” della Casa Bianca a Giorgia Meloni.

Le elezioni presidenziali hanno dunque acuito le tensioni che già erano evidenti tra i vertici europei. Il nervosismo è apparso evidente fin dalla mattina. Il tycoon americano è un ciclone che rischia di abbattersi anche sul Vecchio Continente. E il primo ad avvertire i rischi è stato proprio l’inquilino dell’Eliseo. «Il nostro ruolo qui all’interno dell’Unione europea — ha ammonito — non è quello di commentare le elezioni statunitensi. Trump è stato eletto dal popolo americano, difende gli interessi degli americani. È legittimo ed è giusto. Ora noi dobbiamo capire se siamo pronti a difendere i nostri interessi». Dinanzi ad un uditorio riunito al Puskas Stadium di Budapest e plasticamente diviso in due, Macron dà la sveglia e rispolvera il vecchio proverbio di Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Unione, invitando ad utilizzare la crisi che inevitabilmente toccherà l’Ue con l’avvento della nuova amministrazione Usa per compiere un salto di qualità nell’integrazione. A suo giudizio, allora, non si tratta di inseguire «un transatlantismo ingenuo», o «un nazionalismo troppo rigido» ma di porre una domanda: «Vogliamo leggere una storia scritta da altri? Con la guerra di Putin, le elezioni statunitensi, le scelte fatte dai cinesi a livello tecnologico, commerciale? Oppure vogliamo scrivere noi la storia? Se decidiamo di essere consapevoli di quello che rappresentiamo da un punto di vista geopolitico o commerciale, è una potenza enorme». Gli europei insomma si «devono svegliare» per «difendere i nostri interessi nazionali ed europei»: «In un mondo di carnivori non possiamo essere gli unici erbivori».

Le parole di Macron, però, hanno fatto effetto solo su una parte dei presenti. Gli altri hanno iniziato la corsa a ingraziarsi il nuovo presidente statunitense. Con Orbán e Meloni a contendersi il ruolo di “primo sussurratore”. Una situazione che sta preoccupando anche una fetta importante del Ppe, il primo partito europeo, che aveva avviato un dialogo con i Conservatori. Il timore di essere scavalcato come principale partner di Washington si è materializzato proprio a Budapest. Il premier polacco Tusk non ha nascosto il suo allarme per la possibilità che Putin abbia campo libero in Ucraina e lo stesso dicasi per il “collega” greco Mitsotakis. Mentre Ursula von der Leyen, con l’approssimarsi delle elezioni in Germania e il probabile tramonto del governo guidato dal socialista Scholz, ha cercato di riannodare i fili del dialogo con Trump.

Dall’altra parte però, c’è sempre Orbán che racconta sorridendo di aver brindato con la russa vodka alla vittoria di The Donald e che torna ad attaccare i magistrati che contestano le sue leggi e quelle italiane, mettendo così sullo stesso piano il suo Paese e il nostro. E su questo punto va oltre facendo riferimento all’accordo con l’Albania e alle sentenze dei tribunali italiani. Ha sottolineato che l’immigrazione «sta facendo crollare i pilastri del nostro sistema istituzionale. Tutti sono insoddisfatti della situazione attuale e tutti vogliono un cambiamento. Esiste un ostacolo all’intenzione di apportare cambiamenti nella sfera politica che dobbiamo abbattere. Si tratta del cosiddetto attivismo giudiziario». Tradotto: i magistrati vanno abbattuti e le leggi, quelle europee su tutte, sono una «trappola». Altra posizione che divide in due la vecchia Europa.

Leggi i commenti