I genitori di Sala: “Situazione delicata, ora silenzio stampa”
di Tommaso Ciriaco , Giuliano FoschiniRoma — «La situazione di nostra figlia Cecilia, chiusa in una prigione di Teheran da 16 giorni, è complicata e molto preoccupante. Per provare a riportarla a casa il nostro governo si è mobilitato al massimo e ora sono necessari oltre agli sforzi delle autorità italiane anche riservatezza e discrezione. Per questo abbiamo deciso di astenerci da commenti e dichiarazioni e ci appelliamo agli organi di informazione chiedendo il silenzio stampa». I genitori della giornalista Cecilia Sala, Elisabetta Vernoni e Renato Sala, tornano a parlare. Invocando il silenzio: chiedono infatti che si dibatta il meno possibile delle trattative in corso per il rilascio della reporter, ostaggio del governo iraniano, senza alcuna accusa, dal 19 dicembre. La decisione arriva dopo l’incontro della signora Elisabetta con la presidente del consiglio, Giorgia Meloni. Incontro nel quale la premier ha chiesto alla famiglia fiducia e libertà di movimento. Lo ha chiesto in un momento di grande tensione, visto che l…
Roma — «La situazione di nostra figlia Cecilia, chiusa in una prigione di Teheran da 16 giorni, è complicata e molto preoccupante. Per provare a riportarla a casa il nostro governo si è mobilitato al massimo e ora sono necessari oltre agli sforzi delle autorità italiane anche riservatezza e discrezione. Per questo abbiamo deciso di astenerci da commenti e dichiarazioni e ci appelliamo agli organi di informazione chiedendo il silenzio stampa». I genitori della giornalista Cecilia Sala, Elisabetta Vernoni e Renato Sala, tornano a parlare. Invocando il silenzio: chiedono infatti che si dibatta il meno possibile delle trattative in corso per il rilascio della reporter, ostaggio del governo iraniano, senza alcuna accusa, dal 19 dicembre. La decisione arriva dopo l’incontro della signora Elisabetta con la presidente del consiglio, Giorgia Meloni. Incontro nel quale la premier ha chiesto alla famiglia fiducia e libertà di movimento. Lo ha chiesto in un momento di grande tensione, visto che la famiglia aveva da poche ore scoperto dalle telefonate di Cecilia che, a differenza delle rassicurazioni arrivate dal governo, le condizioni di detenzione non erano affatto migliorate. Anzi: la reporter non aveva ricevuto i pacchi con i beni di prima necessità ed è costretta a dormire nella sua cella per terra. «Vi prometto — ha detto Meloni ai genitori della cronista — che riporterò Cecilia a casa. Ma abbiamo bisogno di tempo, discrezione e libertà di movimento. Lasciateci fare».
Un discorso che ha raccolto la fiducia della signora Elisabetta — «ci siamo capite, avevo bisogno di parlare da madre a madre». E che l’ha spinta a concedere un’apertura di credito al governo, nel messaggio pubblico firmato assieme al padre della giornalista. «La fase a cui siamo arrivati è molto delicata e la sensazione è che il grande dibattito mediatico su ciò che si può o si dovrebbe fare rischi di allungare i tempi e di rendere più complicata e lontana una soluzione. In questi giorni abbiamo sentito l’affetto, l’attenzione e la solidarietà delle italiane e degli italiani e del mondo dell’informazione e siamo molto grati per tutto quello che si sta facendo. Ora però chiediamo il silenzio — è l’invito — E saremo grati per il senso di responsabilità che ognuno vorrà mostrare accogliendo questa nostra richiesta».
I giorni sono cruciali perché il governo deve portare avanti una trattativa su tre tavoli: da un lato c’è la mediazione con l’Iran, reso complesso anche dalle divisioni politiche interne (per dire: il governo non è in grado di controllare il carcere di Evin, dov’è rinchiusa Cecilia). E che passa soprattutto dalla “reciprocità” delle scelte sui due detenuti, Sala e Mohammad Abedini Najafabadi, l’iraniano recluso a Opera. Pesa poi il rapporto con gli Stati Uniti, che la premier ha avocato a sé: cruciale sarà forse l’incontro con Joe Biden (dal 10 gennaio a Roma in occasione della visita del Presidente americano a Papa Francesco) nel quale il caso della giornalista sarà inevitabilmente in agenda. In quell’occasione è possibile che venga messa sul tavolo una possibilità a disposizione del governo Meloni: ritenere inestradabile Abedini Najafabadi e liberarlo, sulla base un articolo del codice di procedura penale, il 718, che al comma 2 prevede che, in caso di arresto con richiesta di estradizione, «la revoca è sempre disposta se il ministro della Giustizia ne fa richiesta». Gli uffici hanno già preparato un appunto tecnico sulla fattibilità. A questo punto la decisione è tutta politica. Ed è possibile che il 6 gennaio il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, che insieme con Meloni sta gestendo il dossier, ne parli durante la seduta del Copasir convocata per fare il punto sulle trattative. Certo, «bisogna fare in fretta», come ha detto dalla sua prigione di Evin, Cecila Sala.