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Santanchè nel bunker: “Sbagliano se pensano che mi saltino i nervi. L’agenda non cambia”

Daniela Santanchè 

 

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La ministra dopo il rinvio a giudizio: “Confermati i miei viaggi a Verona e in Arabia Saudita”
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«Se qualcuno pensa di farmi saltare i nervi, significa che mi conosce poco». Nel suo ufficio in via di villa Ada, davanti al vecchio casino reale dei Savoia in cui fu deposto il duce, Daniela Santanchè scava la sua personale trincea politica-mediatica, convinta che anche stavolta rimarrà in sella. Cioè al governo, dove in due anni e mezzo di traversie giudiziarie e cannoneggiamenti dell’opposizione è riuscita a sopravvivere a modo suo, un rilancio dopo l’altro. Il gelo del suo partito, FdI, che da una settimana, salvo rare eccezioni vedi Guido Crosetto, non pronuncia una sillaba in sua difesa dopo il rinvio a giudizio per false comunicazioni sociali, la turba ma fino a un certo punto. È convinta, la “Pitonessa” nata Garnero, sette vite in politica, da Fini a Berlusconi, da Storace a Meloni, che anche stavolta le acque avranno modo di chetarsi. Che persino questa tormenta potrà ritrovarsela alle spalle.

Giorgia Meloni però non parla. Non la protegge direttamente. Per spazzare via il fi…

«Se qualcuno pensa di farmi saltare i nervi, significa che mi conosce poco». Nel suo ufficio in via di villa Ada, davanti al vecchio casino reale dei Savoia in cui fu deposto il duce, Daniela Santanchè scava la sua personale trincea politica-mediatica, convinta che anche stavolta rimarrà in sella. Cioè al governo, dove in due anni e mezzo di traversie giudiziarie e cannoneggiamenti dell’opposizione è riuscita a sopravvivere a modo suo, un rilancio dopo l’altro. Il gelo del suo partito, FdI, che da una settimana, salvo rare eccezioni vedi Guido Crosetto, non pronuncia una sillaba in sua difesa dopo il rinvio a giudizio per false comunicazioni sociali, la turba ma fino a un certo punto. È convinta, la “Pitonessa” nata Garnero, sette vite in politica, da Fini a Berlusconi, da Storace a Meloni, che anche stavolta le acque avranno modo di chetarsi. Che persino questa tormenta potrà ritrovarsela alle spalle.

Giorgia Meloni però non parla. Non la protegge direttamente. Per spazzare via il fiume di veleni che scorre sottotraccia dalle truppe della fiamma, in cui molti non l’hanno in simpatia, eufemismo, basterebbe che la premier dicesse: «Santanchè ha la mia fiducia». Invece non lo dice. Dunque tanti colonnelli di via della Scrofa, anche nel giro stretto della premier, possono raccontare a taccuini chiusi, mai smentiti, di una Meloni furente, che vorrebbe “Dani” (la chiamava così) con tutte e due gli stivaletti fuori dall’esecutivo.

Santanché, prima volta in Parlamento ventiquattro anni fa, in queste ore tribolate risponde così, in privato, a chi le fa notare che tanti tra i suoi “Fratelli” brigano per metterla alla porta: «A farmi saltare i nervi non ci riusciranno». Non ce l’ha con Meloni, giura la ministra, insistendo sul fatto che la premier, da quel 17 gennaio, quando il gup meneghino l’ha spedita a processo, non l’ha mai chiamata. Né le ha chiesto il passo indietro di cui tutti chiacchierano. E che se lo facesse, ma a quattr’occhi, a Palazzo Chigi, firmerebbe la lettera di dimissioni «un minuto dopo».

Meloni però, dicono nella cerchia della premier, non avrebbe voglia di intestarsi una mossa che la farebbe passare per giustizialista. Anche perché altri rinviati a giudizio di FdI, come il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, sono rimasti al loro posto senza che nessuno battesse ciglio, a destra. Santanchè lo sa, per questo si aspetta anche a questo tornante di restare in pista.

«La mia agenda non cambia di una virgola», ripete allora a chi la chiama o la visita nel suo studio al ministero tra i Parioli e il quartiere Trieste, dov’è tornata ieri dopo sei giorni lontano dall’Urbe, tra Milano e la sua casa a Cortina. Da lì continua a postare su Instagram gli incontri con la multinazionale Oracle, rilascia un’intervista all’americano Usa Today per raccontare «i risultati sul turismo», poi ancora fa pubblicare un reel del suo colloquio con l’assessore regionale della Liguria. Come se i veleni scorressero lontanissimi. «Oggi sarò in Cdm, come al solito». Ci sarà un faccia a faccia con Meloni? «Non ne vedo il motivo», risponde così. «Poi andrò a Verona e domenica partirò per Gedda, per il Villaggio Italia sull’Amerigo Vespucci». Senza Meloni, che ha cambiato l’agenda e non la incrocerà sul Mar Rosso.

Da programma, Santanchè si ritroverebbe in Arabia anche il 29, quando la Cassazione deciderà sull’altro filone che la vede indagata, su un’accusa ben più seria, la truffa ai danni dell’Inps. I togati dovranno decidere se sposare la tesi dei legali della ministra, che chiedono di spostare l’indagine a Roma o se lasciarla alla procura di Milano. La “Santa” è certa che se segnasse questo punto, il film cambierebbe. Il suo non sarebbe un destino già scritto (anche se tanti dentro FdI credono che la partita sia chiusa, comunque). Ma chissà. «Cavolate», le definisce lei, diciamo così, ingentilendo un po’ il concetto. Stessa espressione che riserva a chi le parla di un pranzo ieri con Ignazio La Russa a Palazzo Madama: «Sono andata in Senato solo perché ho lì la banca. E ho comprato le sigarette: due Terea Bronze e un pacco di Muratti».

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