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Truppe italiane al fronte: Meloni valuta, no leghista. E Trump loda la premier

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L’inquilina di Palazzo Chigi in collegamento con il G7. “Roma per gli ucraini c’è stata e ci sarà”. Il tycoon: “Giorgia leader molto forte”
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A un certo punto del G7, il microfono di Donald Trump va in corto. Scena evidentemente surreale. Il summit in videoconferenza si interrompe bruscamente, lasciando spazio alla confusione. È una condizione che accomuna i leader europei. E che guida le mosse di Giorgia Meloni, costretta a riconquistare l’attenzione del tycoon senza mostrarsi troppo incoerente rispetto a quanto sostenuto dall’inizio del conflitto. E infatti, a tarda sera e dopo molto tentennare, la leader diffonde una nota a favore di Kiev: «È priorità dell’Italia costruire, insieme ai partner europei e occidentali e insieme all’Ucraina, una pace giusta e duratura». E ancora: «Roma c’è stata in questi tre anni difficili, e ci sarà - insieme al resto d’Europa e dell’Occidente - per un futuro di sovranità, prosperità e soprattutto di libertà».

La premier pattina, ma almeno supera la perdurante afonia delle ultime settimane. Partecipa al primo vertice dell’era Trump: un concentrato di fatica, imbarazzo, tatticismo. La…

A un certo punto del G7, il microfono di Donald Trump va in corto. Scena evidentemente surreale. Il summit in videoconferenza si interrompe bruscamente, lasciando spazio alla confusione. È una condizione che accomuna i leader europei. E che guida le mosse di Giorgia Meloni, costretta a riconquistare l’attenzione del tycoon senza mostrarsi troppo incoerente rispetto a quanto sostenuto dall’inizio del conflitto. E infatti, a tarda sera e dopo molto tentennare, la leader diffonde una nota a favore di Kiev: «È priorità dell’Italia costruire, insieme ai partner europei e occidentali e insieme all’Ucraina, una pace giusta e duratura». E ancora: «Roma c’è stata in questi tre anni difficili, e ci sarà - insieme al resto d’Europa e dell’Occidente - per un futuro di sovranità, prosperità e soprattutto di libertà».

La premier pattina, ma almeno supera la perdurante afonia delle ultime settimane. Partecipa al primo vertice dell’era Trump: un concentrato di fatica, imbarazzo, tatticismo. Lascia infatti che siano Gran Bretagna, Francia e Canada a premere per un comunicato aspro, che per ore resta congelato. Evita di contestare esplicitamente il presidente americano e anzi esalta il «contesto euro-atlantico» in cui «trova fondamento la sicurezza europea». Ma soprattutto, si mantiene cauta sull’opzione che più interessa al presidente americano: l’invio di truppe sul terreno. Eppure, si apprende, Palazzo Chigi - in stretto raccordo con Farnesina e Difesa - lavora seriamente alla questione. E ragiona sulla possibilità di assicurare, pur tra mille cautele e paletti, il via libera a una spedizione tricolore in Ucraina.

È un nodo cruciale, vista la disponibilità già offerta da Emmanuel Macron e Keir Starmer. La linea di Meloni è assai più sfumata, ma può riassumersi così: possiamo partecipare solo se i soldati italiani si ritrovano in un contenitore internazionale più ampio, autorizzati da una risoluzione Onu e con garanzie di sicurezza «totali» fornite da Washington.

Non è ancora il momento di concedere un’apertura pubblica, però. Anche perché il governo teme di diventare preda di attacchi feroci dell’opposizione cinquestelle. E perché dovrebbe gestire un enorme problema nel cuore dell’esecutivo. Non a caso in serata, fiutata l’aria, è Matteo Salvini a ordinare un comunicato della Lega ufficialmente destinato a Macron: «Nessun soldato italiano in Ucraina». Il vicepremier parla al francese, affinché la premier intenda. Ma Palazzo Chigi valuta. E si prepara alla mossa per non restare fuori dai giochi.

Non a caso alcune ore dopo Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, conferma che sotto le bandiere delle Nazioni Unite l’Italia valuterà seriamente di fare parte della partita. Lo fa negando prima l’intenzione di voler schierare truppe in una missione solo anglo-francese (che d’altra parte nessuno ha ipotizzato): “Non è la soluzione più efficace. Che io ricordi, non c'è mai stata una forza di interposizione internazionale tra due eserciti di questa portata”. Subito dopo però fornisce parole chiare che mettono nero su bianco un primo passo verso una svolta, quella anticipata da questo giornale: “Altro discorso è quello di una missione internazionale con cappello Onu in un contesto di pace. Missioni di pace di questo genere l'Italia le ha fatte più volte. Semmai se ne parlerà anche con l'Italia. Ma non a oggi all'ordine del giorno".

L’ombrello Onu è dunque precondizione per ogni ragionamento: senza, sarebbe impossibile ottenere il via libera del Parlamento. Semmai, il problema principale riguarda le garanzie richieste alla Casa Bianca. «La prospettiva di pace - dice non a caso Meloni - è oggi possibile grazie all’eroica resistenza del popolo ucraino e al sostegno occidentale, che dovrà basarsi sulla definizione di garanzie di sicurezza reali ed efficaci». Canali diplomatici lavorano fin dal vertice di Monaco di metà febbraio per capire cosa davvero possono offrire gli americani. Una delle opzioni sarebbe quella di “coprire” i soldati della missione di peacekeeping con armi a lungo raggio, posizionate sul fronte orientale dell’Unione. In particolare, in Romania.

Aprire a questa opzione è fondamentale per compiacere Trump, che all’Europa chiede proprio questo: farsi carico militarmente della gestione della tregua in Ucraina. La premier, d’altra parte, ha voglia di rientrare in partita dopo il “sorpasso” di Macron. In questo senso, è ossigeno la frase dedicata dal presidente Usa a Meloni, rispondendo ai giornalisti: «Avete una donna fantastica come leader. L’Italia è un Paese molto importante e con Giorgia ha una leadership molto forte». Un segnale che la leader coglie e rilancia con un video sui social: «Grazie a Donald Trump per le sue parole. Italia, Stati Uniti ed Europa condividono valori e responsabilità comuni».

E d’altra parte, c’è una fiammella diplomatica che la premier prova a tenere accesa. Prevede un viaggio alla Casa Bianca entro il 5 marzo, in modo da permetterle di presentarsi al Consiglio europeo del 6 marzo con la foto nello Studio Ovale. Palazzo Chigi si sta spendendo, pare con non molte chance di riuscita: la finestra è stretta. Ci aveva tentato anche alcune settimane fa: Meloni voleva essere la prima europea ospite a Washington, ma gli americani l’avevano frenata. I contatti delle ultime ore hanno prodotto un risultato: l’amministrazione Usa ha aperto all’ipotesi di ospitare entro tre settimane la leader. E, dunque, è probabile che venga ospitata attorno alla metà di marzo, comunque prima del successivo summit Ue del 21-22 marzo.

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