ROMA — Non è servito sollevare lo scudo dell’«atto politico», tantomeno invocare «la suprema esigenza della sicurezza nazionale». Aver trattenuto quei migranti a bordo della nave Diciotti, nell’estate di sette anni fa, prima in mezzo al mare e poi in porto, a Catania, per quasi undici giorni di fila, è stata una grave «violazione» ai diritti fondamentali della persona. Così la Cassazione, a Sezioni Unite civili, accogliendo il ricorso di un gruppo di cittadini eritrei, condanna il governo – in particolare presidenza del Consiglio e ministero dell’Interno – al risarcimento di 41 persone per il danno psicologico e relazionale subìto dalle decisioni di Roma per il «forzato e arbitrario trattenimento» di quei naufraghi sulla Diciotti.
È un’ordinanza storica. Che provoca lo sdegno della destra, premier in testa, portando ai massimi livelli l’offensiva sferrata contro le toghe. Anche perché d’ora in avanti sarà praticamente impossibile, sul versante civile, non uniformarsi all’orientament…
ROMA — Non è servito sollevare lo scudo dell’«atto politico», tantomeno invocare «la suprema esigenza della sicurezza nazionale». Aver trattenuto quei migranti a bordo della nave Diciotti, nell’estate di sette anni fa, prima in mezzo al mare e poi in porto, a Catania, per quasi undici giorni di fila, è stata una grave «violazione» ai diritti fondamentali della persona. Così la Cassazione, a Sezioni Unite civili, accogliendo il ricorso di un gruppo di cittadini eritrei, condanna il governo – in particolare presidenza del Consiglio e ministero dell’Interno – al risarcimento di 41 persone per il danno psicologico e relazionale subìto dalle decisioni di Roma per il «forzato e arbitrario trattenimento» di quei naufraghi sulla Diciotti.
È un’ordinanza storica. Che provoca lo sdegno della destra, premier in testa, portando ai massimi livelli l’offensiva sferrata contro le toghe. Anche perché d’ora in avanti sarà praticamente impossibile, sul versante civile, non uniformarsi all’orientamento fissato dall’ordinanza della suprema Corte. Che riscrive, alla luce dei «diritti inviolabili» della persona, l’intera vicenda della nave Diciotti.
Il caso esplode il 16 agosto 2018, governo Conte I, ministro dell’Interno è Matteo Salvini. Il pattugliatore della Guardia costiera italiana, Diciotti, già protagonista di numerosi salvataggi, soccorre e salva quasi 190 migranti al largo di Lampedusa, in zona Sar maltese: ma il ministro leghista col Viminale stoppa tutto. Chiede che i sopravvissuti siano accolti da Malta, che però rifiuta. Tra attese burocratiche e vane richieste inoltrate a Bruxelles («L’Europa ci aiuti o rimanderemo i migranti in Libia», minaccia Salvini), mentre a bordo si segnalano disagi e sofferenza, la nave arriva a Catania, ma anche in quel caso resta il divieto tassativo allo sbarco. Dopo dieci giorni, la pressione mediatica che aumenta e un pubblico intervento della Chiesa, prima scendono a terra i minori, poi il 25 agosto tutti finalmente sono fuori. Ne nasce una complessa trafila giudiziaria, ipotesi iniziale per sequestro di persona: ma, alla fine, quando il Tribunale dei ministri chiede per Salvini l’autorizzazione a procedere, il Senato, marzo 2019, la nega.
Ma cosa stabilisce ora il verdetto delle Sezioni unite? Trentasette pagine, collegio presieduto da Ettore Cirillo, ordinanza depositata il 6 marzo. Di fronte a ministero e Palazzo Chigi che sostenevano la tesi dell’atto «politico e non amministrativo», quindi decisione da sottrarre alla valutazione dei giudici, le Sezioni unite argomentano: «L’azione del governo, ancorché motivata da ragioni politiche, non può mai ritenersi sottratta al sindacato giurisdizionale quando si ponga al di fuori dei limiti che la Costituzione e la legge gli impongono; soprattutto quando siano in gioco i diritti fondamentali dei cittadini (o stranieri), costituzionalmente tutelati». A fronte dei quali non possono prevalere né «l’incertezza normativa in ordine alla individuazione dello Stato competente» ad accogliere i migranti, né la «flessibilità sulle determinazioni da adottare» per individuare il porto e autorizzare allo sbarco. Bocciati, in un solo colpo ( per motivi diversi): la pronuncia del Tribunale, il verdetto di Corte d’Appello, le conclusioni del Pg.
In pratica, afferma la Cassazione: il soccorso in mare è un «obbligo» che «corrisponde ad una antica regola di carattere consuetudinario, rappresenta il fondamento delle principali convenzioni internazionali, oltre che del diritto marittimo italiano». Ergo, «costituisce un preciso dovere tutti i soggetti, pubblici o privati, che abbiano notizia di una nave o persona in pericolo esistente in qualsiasi zona di mare». Un vincolo, ammonisce il collegio dei nove giudici, a porsi come «prevalente su tutte le norme e gli accordi bilaterali sul contrasto all’immigrazione irregolare». Soddisfatto il legale di uno dei quei migranti eritrei, Alessandro Ferrara, ma anche «amareggiato: studiare in questo paese è inutile, regna l’ignoranza. La Cassazione si è limitata a ribadire principi consolidati».