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Dall’Iran all’Italia, perché credo nel sogno dell’Ue

Pegah Moshir Pour

 

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L’intervento dell’attivista per i diritti umani per la manifestazione Una piazza per l’Europa
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Era il 2005 quando ho capito cosa significasse essere esclusa. Una semplice gita scolastica per me si trasformò in una porta chiusa in faccia. Non avevo la cittadinanza italiana, quindi non potevo partire. Eppure, proprio quell’anno, ho messo piede per la prima volta in un’istituzione dell’Ue, a Bruxelles, grazie a un progetto per le scuole. Ero in un luogo che non mi chiedeva chi fossi per accogliermi. Un luogo dove la diversità non era un ostacolo, ma un valore.

Io sono nata in Iran. Vengo da un Paese che sa cosa significhi chiudersi nel nazionalismo estremo, nella propaganda dell’identità unica, nella cancellazione della diversità. La mia famiglia ha visto un regime costruire muri tra le persone, usare il potere per reprimere, trasformare la patri…

Era il 2005 quando ho capito cosa significasse essere esclusa. Una semplice gita scolastica per me si trasformò in una porta chiusa in faccia. Non avevo la cittadinanza italiana, quindi non potevo partire. Eppure, proprio quell’anno, ho messo piede per la prima volta in un’istituzione dell’Ue, a Bruxelles, grazie a un progetto per le scuole. Ero in un luogo che non mi chiedeva chi fossi per accogliermi. Un luogo dove la diversità non era un ostacolo, ma un valore.

Io sono nata in Iran. Vengo da un Paese che sa cosa significhi chiudersi nel nazionalismo estremo, nella propaganda dell’identità unica, nella cancellazione della diversità. La mia famiglia ha visto un regime costruire muri tra le persone, usare il potere per reprimere, trasformare la patria in una gabbia. So dove portano queste scelte. Quando sono arrivata in Italia, cercavamo esattamente l’opposto. Un posto dove la legge garantisse pari opportunità, dove la mia identità non fosse un problema ma una risorsa. Ed è nell’Europa che ho trovato quella speranza. Nel 2012, la cittadinanza italiana è finalmente arrivata. Ero italiana, ero europea.

Mi sono innamorata del sogno degli Stati Uniti d’Europa. Ho accolto l’euro con il famoso convertitore. Ho amato la libertà di viaggiare senza confini, i progetti Erasmus, la possibilità di costruire ponti culturali. L’Europa è tutto questo: la forza della sua diversità, la determinazione della sua comunità. Ma ora ci stiamo lasciando travolgere da slogan vuoti, dal ritorno dei nazionalismi, dall’egoismo di governi che antepongono i propri interessi al bene comune. La lentezza decisionale ci rende fragili, incapaci di rispondere alle grandi sfide globali. E so dove portano i nazionalismi. Da iraniana, so cosa accade quando un Paese chiude le sue porte, quando costruisce un nemico per giustificare il proprio potere, quando la libertà viene sacrificata in nome della sovranità. L’Iran è diventato un monito. Non possiamo permettere che l’Europa segua questa strada.

Oggi, il nostro continente ha abbattuto confini, garantito diritti, dato opportunità a milioni di giovani. Ma resta incompleto, vulnerabile. E in un mondo sempre più instabile, un’Europa divisa non è un’opzione. Abbiamo una moneta comune, ma non una politica fiscale unificata. Abbiamo un mercato unico, ma non una voce unica nelle crisi globali. Abbiamo il potenziale, ma ci manca il coraggio di fare il passo decisivo. L’Europa deve rafforzare il suo potere politico. Non possiamo più accettare che il nostro destino venga deciso altrove. Abbiamo bisogno di una politica estera unificata, di un’Unione che parli con una sola voce, che difenda con forza i valori di pace, democrazia e diritti umani.

Il sogno degli Stati Uniti d’Europa non è un’utopia. È la naturale evoluzione di un progetto che ha garantito pace, prosperità e libertà. È la risposta a chi vorrebbe riportarci indietro, chi vorrebbe dividerci, chi semina paura. Io scelgo di credere in questa Europa. Io voglio costruire questa Europa. Perché sono una donna, sono una madre, sono europeista. E so di non essere sola.

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