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Lo scontro a destra adesso si allarga anche al Veneto

Matteo Salvini sullo sfondo un’immagine di Tajani (agf)
Matteo Salvini si sente malsopportato a Palazzo Chigi, soprattutto in politica estera. E reagisce
2 minuti di lettura

Dietro il ping pong impazzito scatenato da Matteo Salvini nel cuore del governo c’è un mix di risentimento e ambizione. Il vicepremier si sente malsopportato a Palazzo Chigi, soprattutto in politica estera. E reagisce colpendo in ogni direzione: il ddl spazio, giurano, sarà il prossimo bersaglio. Le ambizioni guardano invece a Washington: a Donald Trump e soprattutto ad Elon Musk. Nell’eventuale viaggio negli Usa potrebbe vedere il fondatore di Tesla (ipotesi che tuttavia lo stesso leghista a tarda sera ha escluso, per spegnere un’ulteriore miccia). A lui vorrebbe promettere battaglia per portare in Italia il sistema satellitare Starlink.

Sono scorie che si sfogano con attacchi quotidiani che il vicepremier non può ovviamente indirizzare contro Giorgia Meloni, però: troppo forte per essere sfidata. Piuttosto, su Antonio Tajani, che cordialmente ricambia. L’effetto è il caos, che ha spinto ieri Meloni a chiedere ai due contendenti una tregua.

Dietro il ping pong impazzito scatenato da Matteo Salvini nel cuore del governo c’è un mix di risentimento e ambizione. Il vicepremier si sente malsopportato a Palazzo Chigi, soprattutto in politica estera. E reagisce colpendo in ogni direzione: il ddl spazio, giurano, sarà il prossimo bersaglio. Le ambizioni guardano invece a Washington: a Donald Trump e soprattutto ad Elon Musk. Nell’eventuale viaggio negli Usa potrebbe vedere il fondatore di Tesla (ipotesi che tuttavia lo stesso leghista a tarda sera ha escluso, per spegnere un’ulteriore miccia). A lui vorrebbe promettere battaglia per portare in Italia il sistema satellitare Starlink.

Sono scorie che si sfogano con attacchi quotidiani che il vicepremier non può ovviamente indirizzare contro Giorgia Meloni, però: troppo forte per essere sfidata. Piuttosto, su Antonio Tajani, che cordialmente ricambia. L’effetto è il caos, che ha spinto ieri Meloni a chiedere ai due contendenti una tregua.

Quello che si vede meno è invece un dossier comunque pesantissimo: il controllo del Veneto. Lo desidera la presidente del Consiglio, non vuole rinunciarci Matteo Salvini. Per questo, Meloni ha spostato il tavolo di coalizione sulle regionali ad aprile, dopo il congresso della Lega. Da quel momento in poi, sarà battaglia.

Il dilemma che affligge la premier si può condensare così: sogna il Veneto, ma se impone la candidatura di un suo uomo rischia di perdere una regione in cui il centrodestra domina da decenni. Luca Zaia gliel’ha detto in faccia, di recente, come raccontano sconfortati da Palazzo Chigi: «Se c’è una cosa che non farò – è stato il messaggio - è ritirarmi». Lui può determinare una sconfitta della destra, gli basta presentare un suo uomo e liste autonome. Senza trascurare un rischio ulteriore: Meloni potrebbe uscire sconfitta dalle cinque regioni in cui si vota nel 2025. Oltre al Veneto, Puglia e Campania, Marche e Toscana (tenendo fuori dal ragionamento la Valle d’Aosta). Torna il dilemma, dunque: forzare a costo di uscire politicamente indeboliti, oppure rinunciare ancora una volta a una regione settentrionale, nonostante sondaggi nazionali vicini al 30% (in Veneto, alle ultime europee, i meloniani hanno ottenuto un clamoroso 37,58%). Ecco perché la presidente del Consiglio crede di avere diritto a questa regione, «non possiamo restare senza un governatore del Nord», e Forza Italia crede che sia arrivato il momento di andare oltre l’era Zaia: gli azzurri litigano ogni giorno con i leghisti.

All’ombra di questo tormento prende dunque forma la mossa del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. È cosa nota che a causa del Covid, il Veneto ha votato nell’autunno del 2020: la consiliatura scade dunque nell’autunno 2025. Adducendo ragioni tecniche legate alla legge elettorale regionale, il titolare del Viminale ha provato ieri a indicare al centrodestra una via d’uscita dal caos: «Una finestra per il voto offre la possibilità di votare in primavera (del 2026, ndr). È una ipotesi realistica, ma è rimessa all’autonomia della Regione». Si tratta di ossigeno offerto a un centrodestra spaccato. Meloni non è ostile a questa idea, perché le permetterebbe di comprare tempo e allontanare le tensioni nella maggioranza almeno per sette mesi. Anche Salvini acconsente, perché un rinvio gli garantirebbe di spostare al 2026 la resa dei conti con Zaia: difficile per il leghista, infatti, sostenere il governatore uscente contro la premier, ma difficilissimo anche rompere con l’uomo forte del Carroccio in Veneto. «Spostare le elezioni – si espone - ha senso». E anche il governatore ci starebbe: «La legge regionale prevede solo la convocazione nella finestra primaverile. E per noi è irrituale andare a votare in autunno». Chi sente puzza di bruciato è ovviamente l’opposizione. «Le elezioni regionali – ricorda il segretario regionale e senatore del Pd Andrea Martella – si tengono ogni cinque anni. Punto. Non lo dice il Pd: lo dice la legge».

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