ROMA – Il primo leader del mondo ricevuto da Giorgia Meloni è Viktor Orban. «Visita di cortesia», così la definisce a sera Palazzo Chigi. Scelta comunque da sottolineare, perché il premier ungherese è ostile all’Ucraina, paralizza puntualmente l’Europa e sostiene Donald Trump nel suo assalto all’Unione. Sembra comunque soprattutto un omaggio a ciò che è stato (celebre fu la visita di Orban ad Atreju, nel 2019, i due leader a cantare “Avanti ragazzi di Buda” con la mano destra sul cuore), perché oggi l’ungherese è alleato di Matteo Salvini e prova con i Patrioti a schiacciare Meloni su Ursula von der Leyen.
Un nodo politico di queste ore ruota invece proprio attorno alla presidente della Commissione. Meloni ha avuto modo di sentirla giovedì, al telefono. Non ha mancato di manifestarle i suoi profondi dubbi sull’ipotesi di un vertice tra lei e Trump, in qualunque formato si svolga: come bilaterale, oppure con la presenza della stessa premier italiana, o ancora allargato ai leader europei. Le ha spiegato che esiste un tema di «rispetto», visto che l’appuntamento politico si terrebbe a ridosso di un funerale e servirebbe però a discutere di commercio e dazi. Il rischio, inoltre, sarebbe quello di improvvisare una mediazione che richiede invece tempo e fatica. E di provocare magari uno scontro dal quale, poi, sarebbe difficile tornare indietro. Altro discorso è immaginare una chiacchierata informale, in piedi, senza nulla di ufficiale o strutturato. Ursula, almeno secondo la versione italiana, non avrebbe opposto troppa resistenza. Il saluto ci sarà, oggi a San Pietro. Per il resto, la presidente della Commissione ha chiesto al suo staff di tenersi pronto a ogni evenienza.
Nulla dell’agenda di Meloni in questo fine settimana può dirsi al riparo dal ciclone trumpiano (a proposito, ieri un po’ di confusione su chi dovesse accoglierlo, si era pensato a un membro dell’esecutivo, ma non essendo una visita di Stato si è deciso di mandare un diplomatico della Farnesina). Molto dipende proprio da quanto il presidente degli Stati Uniti deciderà di fare – o non fare – una volta atterrato a Roma. A partire proprio da un faccia a faccia con la presidente del Consiglio: si parleranno certamente a margine delle esequie, di fronte alla basilica. In realtà, anche la possibilità di un vero e proprio colloquio resta sul tavolo, legata all’umore del tycoon: potrebbe ad esempio chiedere di vedere Meloni poco dopo l’alba, oppure attorno all’ora di pranzo, prima di ripartire. Resta eventualmente da capire il “dove”: protocollo imporrebbe Palazzo Chigi, Trump potrebbe sollecitare una visita a Villa Taverna (sarebbe davvero poco ortodossa).
Un punto fermo, comunque, si può fissare: ieri, dopo i sessanta minuti faccia a faccia con Orban – con il quale, fa sapere il portavoce del leader ungherese, si è discusso dei principali dossier europei e degli «sforzi congiunti per promuovere la pace» in Ucraina – Meloni ha ricevuto il premier britannico Keir Starmer. I dossier che incrociano i due Paesi sono molti, soprattutto dopo che il capo dei laburisti inglesi ha deciso di giocare di sponda con Bruxelles. In cima alla lista c’è il vertice tra Unione europea e Regno Unito, fissato per il prossimo 19 maggio, durante il quale potrebbe essere annunciata una cooperazione sempre più stretta sul fronte della difesa. Senza dimenticare che l’Italia fa parte di un progetto congiunto con inglesi e giapponesi per i caccia di sesta generazione (Gcap), su cui gli americani ora frenano.
Dipendere dai programmi di Trump significa anche per Meloni non essere in grado di sapere se riuscirà a incrociare Volodymyr Zelensky. La diplomazia italiana ha grossi dubbi sulla possibilità che il presidente ucraino riesca a partecipare alle esequie. E, dunque, ad essere ricevuto anche da Meloni: la premier aveva programmato un colloquio, a questo punto appeso a un filo. Non tanto o non solo per le riunioni “militari” che terrebbero l’ucraino bloccato a Kiev, quanto piuttosto per la delicatissima situazione interna, che gli sconsiglierebbe un espatrio in queste ore (soprattutto dopo l’assassinio a Mosca di un generale russo di rango e la probabile reazione del Cremlino).
A Palazzo Chigi, così come alla Farnesina, sono insomma ore di autentica sofferenza, con il ministero degli Esteri impegnato a gestire circa 150 ufficiali di collegamento con le rappresentanze diplomatiche. Senza trascurare l’enorme problema di sicurezza, che fa perdere il sonno ai vertici del governo: il presidente americano non comunica i propri piani, gli apparati italiani ipotizzano location per vertici improvvisati. Sperando però che l’Air force one decolli in fretta verso Newark.