Monsignor Perego: “Giovani senza diritti, la cittadinanza va riformata. Fallimento i Cpr in Albania”
di Iacopo Scaramuzzi«Spero tanto che non sia un’ulteriore boutade». Monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara, presidente della commissione Cei per le migrazioni e della fondazione Migrantes, è guardingo sul rilancio dello ius scholae da parte di Antonio Tajani.
«Spero che non sia un ulteriore boutade che si concluda nel nulla. Soprattutto dopo che il ministero degli Esteri in maniera forse un po’ strabica ha letto la legge sulla cittadinanza in riferimento solo agli oriundi italiani provenienti soprattutto da Brasile, Argentina e Uruguay, dimenticando invece il vero tema della cittadinanza. Che oggi riguarda i minori che sono nati in Italia e rappresentano il 65% dei 90mila studenti, universitari che non possono accedere ad alcuni benefici pur avendo studiato qui 10 anni, madri e padri che avendo interrotto la permanenza in Italia per un certo periodo non possono ottenere la cittadinanza».
Dopo averlo proposto, Forza Italia ha già fatto un mezzo passo indietro…
«Speriamo che l’alleanza di magg…
«Spero tanto che non sia un’ulteriore boutade». Monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara, presidente della commissione Cei per le migrazioni e della fondazione Migrantes, è guardingo sul rilancio dello ius scholae da parte di Antonio Tajani.
«Spero che non sia un ulteriore boutade che si concluda nel nulla. Soprattutto dopo che il ministero degli Esteri in maniera forse un po’ strabica ha letto la legge sulla cittadinanza in riferimento solo agli oriundi italiani provenienti soprattutto da Brasile, Argentina e Uruguay, dimenticando invece il vero tema della cittadinanza. Che oggi riguarda i minori che sono nati in Italia e rappresentano il 65% dei 90mila studenti, universitari che non possono accedere ad alcuni benefici pur avendo studiato qui 10 anni, madri e padri che avendo interrotto la permanenza in Italia per un certo periodo non possono ottenere la cittadinanza».
Dopo averlo proposto, Forza Italia ha già fatto un mezzo passo indietro…
«Speriamo che l’alleanza di maggioranza non porti ancora una volta a mettere in secondo piano un tema che secondo alcuni partiti di governo non è importante, e invece, guardando la realtà, è un tema importante. Lo ius scholae e lo ius culturae danno la possibilità all’Italia, uno dei Paesi più vecchi al mondo, di rigenerarsi a partire da chi vuole costruire un futuro da noi. Ma va ripensato il sistema del decreto flussi. È necessario fare incontrare domanda e offerta di lavoro, il sistema delle quote è stato fallimentare. Si cerca la legalità ma così non si fa che aumentare lo sfruttamento».
Come fare incontrare domanda e offerta? Con l’istituto della sponsorship?
«Con la sponsorship oppure con un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro per sei mesi, scaduto il quale, se il lavoro continua si può allungare sia il ocntratto di lavoro che il permesso di soggiorno. È una soluzione che esiste anche in altri Paesi europei, il datore di lavoro e il lavoratore non si possono conoscere con un clic a distanza, tanto più per lavori delicati come i lavori di cura».
Il referendum sulla cittadinanza ha però mostrato che una certa resistenza ad allargare le maglie della cittadinanza è piuttosto trasversale nell’elettorato italiano.
«Cala l’affluenza e mettere insieme referendum su temi diversi, il lavoro e la cittadinanza, può aver sollecitato alcuni a non andare a votare. Ma il dato è quello che conoscevamo, il 65% degli italiani è a favore, è lo stesso dato che diversi sondaggi avevano rilevato. Purtroppo questo 65% è stato espresso solo dal 30% degli elettori e questo non ha permesso di approvare il quesito referendario. Ma l’opinione pubblica è favorevole in maggioranza alla cittadinanza nei tempi giusti, che sono poi i tempi medi dell’Europa, con un’attenzione particolare al ruolo della scuola».
Cosa pensa della recente sentenza della Consulta sui Cpr?
«Ha confermato quanto già da molti anni segnalavamo: i Cpr sono luoghi dove la dignità umana è sacrificata, e le persone che non hanno commesso un reato vivono in condizione vergognosa, senza tutele sanitarie e senza accompagnamento, con tempi che si sono sempre allungati fino agli attuali 18 mesi. Si spera che la politica riparta dalla dignità delle persone e non da una concezione securitaria».
Stesso discorso per i centri in Albania?
«Vale lo stesso discorso: a parte lo spreco di risorse, ormai un miliardo, c’è l’incapacità di gestire centri ridotti a poche persone e trasformati in un Cpr, con un numero di posti che potevano essere assorbiti nei nove centri esistenti in Italia. Il discorso sulla dignità delle persone vale a maggior ragione per le persone recluse in Albania».
Qual è la finalità del recente protocollo siglato dalla Cei con il Viminale?
«Da una parte ricorda una collaborazione che c’è nei territori tra Chiese locali, prefetture, questure, dall’altra fa nascere un tavolo di lavoro per affrontare insieme determinate questioni. Già oggi c’è la collaborazione tra il governo e il volontariato cattolico, Caritas, Migrantes, Sant’Egidio, istituti missionari e altri, ad esempio sui corridoi umanitari, nel frattempo allargati a corridoi universitari e lavorativi. Bisogna lavorare su questo come su altre questioni, ad esempio i ricongiungimenti famigliari che oggi avvengono con tempi biblici. E poi c’è il tema delle carceri: su 10 italiani che commettono un reato, 9 vanno in alternativa di pena, ma su 10 migranti, 9 rimangono in carcere. C’è un problema di giustizia».
Papa Leone ha esortato la politica a combattere l’emarginazione e non gli emarginati
«La persona deve rimanere sempre al centro e deve essere tutelata e aiutata, tanto più se vive una condizione di fragilità».