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Le alleanze italiane vanno in frantumi sulla sfiducia a Ursula von der Leyen

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Destra e sinistra in ordine sparso. Zingaretti: “Stop alla politica dei due forni dei popolari”. Sensi: “Ma astenersi sarebbe vile”
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È sempre la solita storia. Uniti, si fa per dire, in patria; divisi in Europa. L’ennesima dimostrazione che il governo italiano non ha una linea condivisa in politica estera. E non solo per le sbandate filo-Putin di Matteo Salvini. Persino su uno dei passaggi più delicati della legislatura Ue, il centrodestra si presenta spaccato alla meta. Con annessa rissa dentro la maggioranza, tutt’altro che edificante agli occhi degli osservatori internazionali.

Da un lato la Lega, fra i promotori della mozione di sfiducia nei confronti di Ursula von der Leyen. Dall’altro FI, che fa parte del gruppo del Ppe e dunque voterà contro la censura proposta dai Patrioti insieme a un pezzo consistente di Ecr, il gruppo dei conservatori di cui Giorgia Meloni è stata a lungo “capitana”. Da qui l’imbarazzo di FdI che, pure per preservare la poltrona di Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione, ha deciso di accodarsi ai popolari (quindi ad Antonio Tajani) e dirà no all’iniziativa ostile av…

È sempre la solita storia. Uniti, si fa per dire, in patria; divisi in Europa. L’ennesima dimostrazione che il governo italiano non ha una linea condivisa in politica estera. E non solo per le sbandate filo-Putin di Matteo Salvini. Persino su uno dei passaggi più delicati della legislatura Ue, il centrodestra si presenta spaccato alla meta. Con annessa rissa dentro la maggioranza, tutt’altro che edificante agli occhi degli osservatori internazionali.

Da un lato la Lega, fra i promotori della mozione di sfiducia nei confronti di Ursula von der Leyen. Dall’altro FI, che fa parte del gruppo del Ppe e dunque voterà contro la censura proposta dai Patrioti insieme a un pezzo consistente di Ecr, il gruppo dei conservatori di cui Giorgia Meloni è stata a lungo “capitana”. Da qui l’imbarazzo di FdI che, pure per preservare la poltrona di Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione, ha deciso di accodarsi ai popolari (quindi ad Antonio Tajani) e dirà no all’iniziativa ostile avanzata a Strasburgo dai partiti di estrema destra. Mossa che schiera la premier italiana nel campo della leader tedesca, al contrario di quanto avvenuto esattamente un anno fa, quando al Consiglio europeo si espresse contro il bis di Ursula.

Un pasticcio. Condito dalla lite a distanza tra i due vicepremier tricolori, oltreconfine attestati sui lati opposti della barricata. «Votare la sfiducia a von der Leyen è da irresponsabili, un errore grave», tuona Tajani a margine di un convegno alla Camera. «La Lega fa le sue scelte, noi siamo una forza europeista», taglia corto. «Se il nostro governo fosse anti-europeo, io non esiterei un attimo a lasciarlo», avverte: «Per fortuna la presidente del Consiglio mi pare una convinta sostenitrice dell’Europa anche per gli ottimi rapporti che ha a livello comunitario: questa è la linea dell’esecutivo». Ma Salvini non si fa intimidire e dal Giappone, dove è in missione, fa vergare a nome del partito un comunicato al vetriolo: «La Lega ha le idee chiare ed è pronta a votare contro von der Leyen, come ha sempre fatto. È una bocciatura senza appello ad anni di scelte disastrose, che hanno colpito aziende, lavoratori e famiglie». Con Roberto Vannacci, ormai promosso vicesegretario, a metterci il carico da 90: «La mia Europa non è certo quella di Ursula che vuole spendere 800 miliardi in armi, fa gli interessi delle multinazionali dei vaccini e della grande finanza green impoverendo il vecchio continente, non muove un dito per bloccare l’invasione di immigrati irregolari». Della serie: Tajani confonde l’Ue con Ursula.

Tuttavia, se Sparta piange, Atene non ride. Anche il centrosinistra italiano arriverà domani in aula frantumato in tre tronconi. Il Pd contrario alla sfiducia, come il resto del gruppo di S&D che oggi — all’esito del vertice di maggioranza convocato ieri dalla presidente della Commissione — ufficializzerà la decisione. «Ma astenersi sarebbe vile», dice il senatore Filippo Sensi. Il M5S, che in Europa è all’opposizione, a favore (come la Lega, un ritorno dell’alleanza giallo-verde). Mentre Avs non parteciperà al voto perché non intende unirsi ai neofascisti.

Un parto difficile per i socialisti, che restano tentati dall’astensione. In particolare il Pd, infastidito dalla vicinanza fra von der Leyen e Meloni che, complice il Ppe, ha spostato a destra le politiche della Commissione. «Per mesi Manfred Weber ha spiegato che voleva tenersi le mani libere, con una maggioranza a là carte, indifferentemente con i nazionalisti o con le forze europeiste», dice Nicola Zingaretti. «Per tutta risposta, molti dei suoi interlocutori hanno presentato una risoluzione di sfiducia. La conferma che la politica dei due forni è un suicidio». E poiché Ursula non ha offerto garanzie di «un cambio di rotta» chiudendo ai conservatori, l’ok è in forse. «Nell’era di Trump il Parlamento europeo è l’unico luogo dove è ancora possibile far vincere il nostro punto di vista», conclude il capodelegazione dem. Che avverte: «Permettere o favorire che si saldi un asse fra il Ppe e l’estrema destra sarebbe una follia».

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