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Almasri e il segreto di Stato, perché il governo non lo ha applicato e invece potrebbe farlo ora

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La domanda che si pongono in molti: perché l’esecutivo guidato da Meloni non l’ha posto sulla intrigata storia del torturatore libico
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“Non abbiamo nulla da nascondere. Non potevamo farci massacrare per mesi dai giornali: Almasri lo hanno liberato i magistrati, mica noi”. C’è una domanda che risuona spesso in queste ore ogni qual volta si discute della liberazione del torturatore libico: ma perché il governo non ha posto su questa storia il segreto di Stato? “Sono state prese decisioni in nome della sicurezza nazionale. In ballo ci sono i rapporti delicati con le milizie libiche. Perché abbiamo consegnato tutto questo alla magistratura?”. Se lo chiedono i parlamentari della maggioranza. Se lo domandano, sottovoce, anche molti membri del governo. Straniti dal fatto che non si sia voluto silenziare ma al contrario amplificare il rumore che, inevitabilmente, la richiesta di autorizzazione a procedere ha provocato. E ancora provocherà nei prossimi mesi. “Perché se la vicenda giudiziaria è chiusa” dice uno di loro, “al di là dei risvolti che potrà avere la posizione della capa di gabinetto, Bartolozzi, certamente non si c…

“Non abbiamo nulla da nascondere. Non potevamo farci massacrare per mesi dai giornali: Almasri lo hanno liberato i magistrati, mica noi”. C’è una domanda che risuona spesso in queste ore ogni qual volta si discute della liberazione del torturatore libico: ma perché il governo non ha posto su questa storia il segreto di Stato? “Sono state prese decisioni in nome della sicurezza nazionale. In ballo ci sono i rapporti delicati con le milizie libiche. Perché abbiamo consegnato tutto questo alla magistratura?”. Se lo chiedono i parlamentari della maggioranza. Se lo domandano, sottovoce, anche molti membri del governo. Straniti dal fatto che non si sia voluto silenziare ma al contrario amplificare il rumore che, inevitabilmente, la richiesta di autorizzazione a procedere ha provocato. E ancora provocherà nei prossimi mesi. “Perché se la vicenda giudiziaria è chiusa” dice uno di loro, “al di là dei risvolti che potrà avere la posizione della capa di gabinetto, Bartolozzi, certamente non si chiuderà a breve quella politica: ogni qual volta che si parlerà di immigrazione, ci sarà qualcuno a ricordarci che abbiamo rispedito a casa con un aereo di Stato un trafficante libico”.

Perché non è stato posto il segreto di Stato?

Ecco, allora perché non è stato posto il segreto di Stato? A leggere gli atti depositati dal tribunale dei ministri è una domanda che si sono posti anche i dirigenti del ministero della Giustizia. Consapevoli che la partita che si giocava non era soltanto una questione di diritto. Lo capì la dottoressa Cristina Lucchini, in servizio in via Arenula, che aveva preparato alcuni atti, ma che dopo non aver ricevuto alcun riscontro, si rese conto che le valutazioni in corso non erano solo di “tipo giuridico”. E lo sapeva proprio Bartolozzi, che davanti ai suoi colleghi magistrati che le chiedevano come mai non avessero dato seguito ad atti tecnicamente inevitabili, che avrebbero consentito la non scarcerazione di Almasri, diceva: “Non era solo il problema dell’ordinanza, non era il tema spicciolo... qui c’era il problema del segreto di Stato”.

“Le condizioni per parlare di segreto di Stato in questa vicenda sono tutte” ragiona con Repubblica una fonte dell’intelligence. “Perché tutto parte da un documento classificato sulla situazione in Libia che Caravelli porta il 19. E perché l’espulsione di Almasri evidentemente impatta nei rapporti tra i due paesi”. Il tribunale dei ministri ha spiegato bene, infatti, che le “ragioni di sicurezza” erano “del tutto sganciate da concreti elementi di fatto”: i tre amici che erano con il generale libico, si legge negli atti, “erano privi di precedenti”, “erano entrati regolarmente e avevano documenti”. Avevano “disponibilità economica”, “avevano già concordato la riconsegna dell’auto all’aeroporto di Roma”. Insomma, niente che potesse far intravedere un rischio per la sicurezza nazionale. Come pure per lo stesso Almasri, che poteva forse essere rischioso soltanto per quello che avrebbe potuto raccontare ai magistrati. O, magari, per quello che aveva nei suoi dispositivi elettronici che non sono stati sequestrati e consegnati alla Cpi, come il tribunale dei ministri ha evidenziato, censurandolo.

Insomma: se Almasri è stato espulso, secondo i magistrati, è solo per salvaguardare “relazioni internazionali”, “difesa militare”, “circostanze espressamente indicate come quelle che si possono tutelare attraverso il segreto di Stato”.

La scelta della premier Meloni è stata però tutta politica. Dettata, certo, dalla necessità di tenere il punto con l’elettorato. Ma anche di dimostrarsi affidabili con gli “amici” libici. “Non abbiamo e non avevamo nulla da nascondere” è quello che ripete anche in queste ore l’Autorità delegata, Alfredo Mantovano, seccato – ed effettivamente la circostanza non è comune - del fatto che i giudici del tribunale dei ministri non abbiano nemmeno ascoltarlo, come lui aveva chiesto. Mentre c’è chi dentro l’intelligence, ragionando a posteriori, considera con un’autocritica la scelta di aver fatto atterrare l’aereo dell’Aise in Libia, consegnando Almasri al trionfo dei suoi uomini. E non magari nella vicina Tunisia.

Segreto di Stato, e ora?

Ma davvero la partita del segreto di Stato è chiusa? Per Chigi sì. Ma in via Arenula c’è chi la ritiene un’extrema ratio per salvare da un ipotetico processo la capa di gabinetto, Bartolozzi, le cui dichiarazioni sono state ritenute “mendaci” dal tribunale dei ministri. Ed evitare a mezzo governo una sfilata, come testimoni, nelle aule di giustizia per una storia, quella della scarcerazione del torturatore libico Almasri, “in cui ogni parola che si può pronunciare” la definizione è di uno dei protagonisti di questa vicenda, “sarebbe comunque stato meglio non dirla”.

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