RIMINI – Li vedi ovunque. In fila alle mostre, come quella partecipatissima sul santo ragazzino Carlo Acutis, oppure sotto il sole a dare indicazioni per i parcheggi, dietro i banconi a servire piadine e kebab. E poi la sera, quando le luci degli stand finalmente si spengono, cantano, suonano la chitarra, ridono e sfogano la stanchezza ballando. Il Meeting di Rimini — in un’Italia fatta di convegnistica di vecchi per i vecchi — colpisce anzitutto per loro, i giovani. Migliaia. A questa edizione i volontari under 30 sono tremila, una cifra che farebbe sognare qualsiasi partito in Italia.
Fra tutti i poli magnetici di questo Meeting, quello che li attrae di più è la mostra “profezie di pace”, che ha impegnato per un anno cento di loro, tutti giovanissimi. Come la diciassettenne Ilaria, liceo a Bologna, capelli neri e gonna lunga a fiori a coprire un paio di sandali sabot: «La nostra generazione non è più abituata ad andare oltre quello che trova sui social. Noi invece volevamo toccare…
RIMINI – Li vedi ovunque. In fila alle mostre, come quella partecipatissima sul santo ragazzino Carlo Acutis, oppure sotto il sole a dare indicazioni per i parcheggi, dietro i banconi a servire piadine e kebab. E poi la sera, quando le luci degli stand finalmente si spengono, cantano, suonano la chitarra, ridono e sfogano la stanchezza ballando. Il Meeting di Rimini — in un’Italia fatta di convegnistica di vecchi per i vecchi — colpisce anzitutto per loro, i giovani. Migliaia. A questa edizione i volontari under 30 sono tremila, una cifra che farebbe sognare qualsiasi partito in Italia.
Fra tutti i poli magnetici di questo Meeting, quello che li attrae di più è la mostra “profezie di pace”, che ha impegnato per un anno cento di loro, tutti giovanissimi. Come la diciassettenne Ilaria, liceo a Bologna, capelli neri e gonna lunga a fiori a coprire un paio di sandali sabot: «La nostra generazione non è più abituata ad andare oltre quello che trova sui social. Noi invece volevamo toccare la carne di chi subisce i danni delle guerre, come ci chiese di fare papa Francesco. Per questo io e Benny siamo andati a Sarajevo a sentire le storie di chi ha vissuto questi conflitti». “Benny”, che poi sarebbe il sedicenne Benedetto, anche lui liceale a Bologna, annuisce serio: «Lo sa che ci sono al momento 184 conflitti in corso? Ci siamo chiesti cosa potesse fare un gruppetto di ragazzi in questo mare di uccisioni. Poco, ma quel poco è stato intanto cominciare a studiare, uscire dall’indifferenza». Questa parola, «indifferenza», ricorre molto parlando con i giovani ciellini. È la loro ossessione, scrollarsela di dosso l’indifferenza, verso gli altri, verso le sofferenze del mondo. Ancora Ilaria: «Possibile che il male abbia sempre l’ultima parola? L’uomo per me è fatto per il bene, io ci credo fermamente». Ma su Gaza, per esempio, che porta in piazza migliaia di loro coetanei soprattutto di sinistra, come la pensano? Per la mostra hanno intervistato il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ed è già un indizio. Ma a precisa domanda, Ilaria risponde così: «Davanti a un mondo che ci chiede di schierarci contro Israele o contro i palestinesi, noi ci dichiariamo pro pace».
Un gruppetto di amici di Giulianova, costa abruzzese, si aggira per gli stand. Hanno tutti 17 anni, sono venuti da soli, rinunciando ad alternative sicuramente più ludiche. Cosa trovano qui dentro che fuori non c’è? «Il Movimento — dice Luca — ci dà una visione diversa. Il mondo ci vuole far credere che siamo impotenti, che dobbiamo sempre aspettare che qualcun altro ci dica cosa fare, invece è da me, da noi, che può partire tutto». Ludovica, come Isabella, è entrata in Comunione e liberazione perché incuriosita da ciò che le raccontavano Luca e Pietro, i suoi amici. «Intuivamo — racconta — la felicità che provavano, ma solo entrandoci abbiamo capito quanto sia profonda questa esperienza. Le cose migliori le stiamo vivendo adesso insieme: Gioventù studentesca ci ha portato davanti agli occhi una bellezza che prima non vedevamo». Sembra il racconto di una setta, ma questi sono ragazzi normali, che fanno le loro esperienze normali, con i lombardi che si chiamano “ràga” e i romani che rispondono “amò”. Solo, a volte si fermano. Forse il segreto è tutto lì, non ci sono misteri eleusini da svelare. «Suppongo — dice con candore Isabella — che sia più corretto fermarsi un attimo ad ascoltare prima di parlarsi addosso. Spesso andiamo troppo di fretta, corriamo a farci foto, a mettere cuoricini, senza pensare a niente». Indifferenza, appunto, un vuoto che la politica non riesce più a riempire.
Però c’è anche un’altra cosa che i ciellini tengono per loro, restii forse a scoprirsi con un estraneo. Magari per pudore, alla fine è soltanto Giacomo, 18 anni, di Milano a pronunciare la parola segreta: Cristo. «Le racconto un episodio: la prima volta che andai a una loro riunione ero in prima liceo. C’era qualcosa di bello, ma non capivo nemmeno io cosa fosse. Negli anni, crescendo, questo qualcosa di bello ho iniziato a chiamarlo Cristo. Io lo vedo, sento che è tra noi ogni volta ci riuniamo in due o tre, come dice il vangelo».
Poi, visto che il mondo tanto bello non è, aiuta pure far parte di un gruppo che ti sostiene. Andrea ha 28 anni e lavora a Fano, nelle Marche, in ospedale. «Vedo ogni giorno cose terribili, gente che muore, e parlando con Cl trovo delle risposte. Gli altri miei colleghi invece non si fanno nemmeno le domande, per non farsi travolgere dal dolore». Vivere con qualcuno di Cl è possibile, se non se ne fa parte? Anche Claudia, compagna di Andrea, smentisce l’idea della setta chiusa. «Quando alle mie amiche ho confidato che avrei voluto sposare Andrea, mi hanno detto: sei matta, quanti figli ti farà fare? Insomma, mi sono avvicinata con sospetto. Poi ho capito che è un posto dove le persone ancora si ascoltano mentre là fuori siamo tutti presi dalla frenesia». E poi, in fondo alla classifica dei loro interessi, c’è anche la politica. Inutile nascondersi che qui la sinistra non avrebbe un solo voto. Però anche la destra se la deve sudare, ormai nulla è scontato. «Alle ultime elezioni — dice il diciottenne Giacomo — c’era chi aveva avuto otto mogli, chi si è separata, chi convive senza sposarsi. E sono questi che dovrebbero difendere i valori cristiani?».