Un inedito disprezzo ironico per le «gite ad Auschwitz» è emerso nella giornata di ieri, esplicitato con vigore da una ministra della Repubblica che pesa le parole in un convegno promosso dall’Unione delle comunità ebraiche italiane.
Non un ritrovo di nostalgici del ventennio, né l’occasione per definire una piattaforma di rivendicazione identitaria contraria al cammino democratico del lungo dopoguerra della Repubblica. Si è rotto qualcosa di profondo quando vengono rovesciate le fondamenta comuni modificando le linee guida che hanno orientato e sorretto generazioni d’italiani.
I viaggi della memoria come escursioni fuori porta, scampagnate senza costrutto sembra volerci spiegare con dovizia di argomentazioni la ministra della Famiglia e delle Pari opportunità. Un crinale pericoloso lungo il quale verrebbero inesorabilmente ridimensionate esperienze individuali e collettive di decine di migliaia di studentesse e studenti che negli ultimi decenni hanno avuto modo di partecipare a inizi…
Un inedito disprezzo ironico per le «gite ad Auschwitz» è emerso nella giornata di ieri, esplicitato con vigore da una ministra della Repubblica che pesa le parole in un convegno promosso dall’Unione delle comunità ebraiche italiane.
Non un ritrovo di nostalgici del ventennio, né l’occasione per definire una piattaforma di rivendicazione identitaria contraria al cammino democratico del lungo dopoguerra della Repubblica. Si è rotto qualcosa di profondo quando vengono rovesciate le fondamenta comuni modificando le linee guida che hanno orientato e sorretto generazioni d’italiani.
I viaggi della memoria come escursioni fuori porta, scampagnate senza costrutto sembra volerci spiegare con dovizia di argomentazioni la ministra della Famiglia e delle Pari opportunità. Un crinale pericoloso lungo il quale verrebbero inesorabilmente ridimensionate esperienze individuali e collettive di decine di migliaia di studentesse e studenti che negli ultimi decenni hanno avuto modo di partecipare a iniziative promosse da istituzioni, singole scuole, gruppi di istituti che hanno scelto di attivare percorsi di storia e memoria in tanti angoli della penisola.
Non si è trattato di un modello immodificabile, tutt’altro. Nel corso del tempo diverse innovazioni hanno segnato la proposta didattica del viaggio: il rapporto con le realtà locali in Polonia, l’analisi della politica nazista nel territorio del Governatorato generale, il piano Auschwitz destinazione per gli ebrei dell’Europa occidentale. Ma si potrebbe continuare con diversi esempi a partire dai corsi di formazione per docenti, dalla messa a punto dei materiali di supporto, delle bibliografie selezionate, la lettura delle pagine di Primo Levi per arrivare al rapporto costruito prima, durante e dopo il viaggio con i testimoni.
I sopravvissuti che con generosità e dedizione hanno avuto la forza di riavvolgere il nastro delle loro vite sui luoghi della deportazione e poi nelle classi o nelle assemblee attraversate dalla curiosità di conoscere meglio quanto fosse accaduto. Diversi di loro non sono più tra noi, ma non è difficile trovare in rete spezzoni e ricordi di viaggio, interviste strappate per caso o immagini ingiallite appese nei corridoi di tante scuole italiane. Un dialogo tra generazioni, un patrimonio prezioso, diffuso, plurale aperto al confronto con gli altri. La lotta all’antisemitismo come segmento costitutivo di una strategia di attenzione per le forme di razzismo e discriminazione, per le tante intolleranze che si manifestano nelle città, nelle curve degli stadi, nella violenza delle parole contro i diversi.
Altro che contrapposizione tra antisemitismo e antifascismo: la sconfitta di Hitler e Mussolini come premessa di una rinascita possibile. Le «gite ad Auschwitz» gocce nell’oceano di un tempo difficile, senza illusioni di panacee risolutive. Segnali che restano, in profondità, come il diffuso senso di umanità nelle manifestazioni delle scorse settimane, il valore dell’intangibilità della singola vita, l’indignazione per le immagini di violenza e distruzione che giungono da Gaza. La storia com’è tristemente noto non è maestra di vita, ma stravolgere il suo significato non ci porterebbe lontano.