ROMA – Andrea Riccardi, storico, ex ministro e fondatore con Matteo Zuppi della Comunità di Sant’Egidio, i conflitti li ha visti da vicino e nel 1992 – sempre con Zuppi – ha mediato la pace in una guerra spaventosa, quella del Mozambico. Il profilo giusto per capire come uscire da quella che Riccardi definisce «l’età della forza».
Il Papa, alla vigilia di Natale, ha pronunciato un potente discorso pacifista, affermando che chi crede nella pace, nel mondo d’oggi, viene ridicolizzato. È possibile dirsi pacifisti senza passare per nemici delle democrazie?
«Quello di Papa Leone è stato un messaggio potente e coerente, ma non viene recepito. Le classi politiche sorridono gentili e cortesi davanti al Papa, ma non colgono il suo messaggio contundente: parlare di pace sembra intelligenza col nemico. Ma non è così».
ROMA – Andrea Riccardi, storico, ex ministro e fondatore con Matteo Zuppi della Comunità di Sant’Egidio, i conflitti li ha visti da vicino e nel 1992 – sempre con Zuppi – ha mediato la pace in una guerra spaventosa, quella del Mozambico. Il profilo giusto per capire come uscire da quella che Riccardi definisce «l’età della forza».
Il Papa, alla vigilia di Natale, ha pronunciato un potente discorso pacifista, affermando che chi crede nella pace, nel mondo d’oggi, viene ridicolizzato. È possibile dirsi pacifisti senza passare per nemici delle democrazie?
«Quello di Papa Leone è stato un messaggio potente e coerente, ma non viene recepito. Le classi politiche sorridono gentili e cortesi davanti al Papa, ma non colgono il suo messaggio contundente: parlare di pace sembra intelligenza col nemico. Ma non è così».
Spieghiamolo allora, a proposito di Ucraina…
«Quando abbiamo parlato della necessità della ricerca di pace lo abbiamo fatto proprio per il popolo ucraino, non per Putin. Quando sono stato in Ucraina sono rimasto colpito dal numero dei mutilati, non li vedevo dalla mia infanzia, ma quelli erano i mutilati della seconda guerra mondiale. Gli ucraini soffrono tanto e sono un popolo in diaspora».
Anche Putin vuole la sua pace, che sarebbe la fine dell’Ucraina indipendente. Come se ne esce?
«Non si tratta di filo-putinismo, ma di essere realisti e capire che la pace è impura, non è mai perfetta, c’è sempre una dose di ingiustizia perché è un accordo che passa dall’incontro di più volontà, anche prepotenti. Ma ci consente di passare dall’età della forza alla civiltà del vivere insieme».
Cosa significa essere realisti?
«Che bisognerà trattare sulle garanzie per la futura indipendenza dell’Ucraina, ma aiutando russi e ucraini a trovare un accordo, che vuol dire cedere il meno possibile di territorio ucraino. Poi chissà che Russia avremo di fronte dopo Putin».
È ormai diventato popolare il detto: se non sei a tavola, significa che sei nel menù. Vale per l’Italia ma più in generale per tutta l’Unione europea. Come difendersi nell’età della forza?
«La vera difesa non è il piccolo riarmo nazionale perché, per parlarci fuori dai denti, se la minaccia fosse Putin, non è che il riarmo tedesco o quello italiano siano granché capaci di fermarlo».
E allora perché tutti i Paesi europei stanno percorrendo questa strada?
«Credo che questo riarmo vuol rappresentare una deterrenza e serva anche a scopi interni. Per l’economia in Germania, ad esempio».
Però la domanda resta: come ci si difende di fronte a chi ci minaccia ogni giorno?
«L’unico discorso che possiamo fare è mettere insieme le forze armate europee e investire su questo, con un comando unificato, e non su tanti segmenti nazionali di riarmo. Anche perché si possono correre dei rischi».
Quali per esempio?
«Francamente, io temo una Germania così armata. Non lo dico per gettare un’ombra sui nostri amici tedeschi, che sono dei grandi democratici, ma perché mi ricordo della lezione di Helmut Kohl, quando mi disse “la Germania è il più grande Paese europeo, ma abbiamo qualcosa dentro che non va e non dobbiamo mai essere lasciati soli”. Lo diceva un grande tedesco, non un detrattore».
E quindi?
«Stiamo attenti a giocare con le armi, perché i governi passano e le armi restano. E se domani le elezioni dovessero vincerle i neonazisti dell’Afd?».
Una difesa europea è l’obiettivo finale?
«L’obiettivo finale è uscire dall’età della forza non solo con un discorso sulle armi, ma con la riscoperta della diplomazia e del dialogo».
Lo vada a dire a Putin…
«Senta, io sono stato nel 1992 mediatore con Zuppi per la pace in Mozambico, una guerra che ha fatto un milione di morti. Ma il ruolo del mediatore comportava un codice di comportamento che oggi non vediamo più, i rapporti diplomatici sono sconvolti, c’è il tema delle minacce, del non rispetto dei patti».
Corrado Augias ha richiamato Tucidide e l’aneddoto di Melos con Atene: il debole perde sempre. Gli ucraini devono rassegnarsi?
«Anzitutto io non credo all’onnipotenza della forza in un mondo come questo, nel mondo dei social, in cui l’io ha acquistato un suo valore. La forza può fare tantissimo male, ma non può vincere in maniera assoluta. Le nazioni non muoiono, diceva Benedetto XV. Ricordiamoci l’Algeria…».
L’Algeria?
«Perché i francesi se ne sono andati nel 1962 dall’Algeria, pur avendo un milione di loro concittadini in quella terra? La forza bruta non è tutto. Guardi i curdi e la storia dei polacchi. Però io credo, a questo punto, che bisogna essere realisti di fronte a una guerra che è già più lunga della prima guerra mondiale per l’Italia».