ROMA – Un giorno per raddrizzare la linea sul Venezuela, dopo l’incauto comunicato diramato l’altro ieri senza attendere le minacciose dichiarazioni pubbliche di Donald Trump. Ventiquattro ore per prendere atto che il tycoon non ha alcuna intenzione di frenarsi e anzi adesso minaccia l’invasione della Groenlandia e di Cuba. Giorgia Meloni non vuole e non può restare l’unica in Europa a sostenere pubblicamente queste mosse, senza neanche un distinguo. E dunque, nel pomeriggio alza il telefono e chiama Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace e capo dei dissidenti venezuelani. Lo fa, informa palazzo Chigi, per discutere delle «prospettive di una transizione pacifica e democratica in Venezuela». E ancora: «È stato condiviso come l’uscita di scena di Maduro apra una nuova pagina di speranza per la popolazione del Venezuela, che potrà tornare a godere dei principi base della democrazia e dello stato di diritto».
ROMA – Un giorno per raddrizzare la linea sul Venezuela, dopo l’incauto comunicato diramato l’altro ieri senza attendere le minacciose dichiarazioni pubbliche di Donald Trump. Ventiquattro ore per prendere atto che il tycoon non ha alcuna intenzione di frenarsi e anzi adesso minaccia l’invasione della Groenlandia e di Cuba. Giorgia Meloni non vuole e non può restare l’unica in Europa a sostenere pubblicamente queste mosse, senza neanche un distinguo. E dunque, nel pomeriggio alza il telefono e chiama Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace e capo dei dissidenti venezuelani. Lo fa, informa palazzo Chigi, per discutere delle «prospettive di una transizione pacifica e democratica in Venezuela». E ancora: «È stato condiviso come l’uscita di scena di Maduro apra una nuova pagina di speranza per la popolazione del Venezuela, che potrà tornare a godere dei principi base della democrazia e dello stato di diritto».
Chiamare Machado significa riconoscere il ruolo della leader dell’opposizione, ma anche mandare un segnale dopo che il presidente degli Stati Uniti ha liquidato la vincitrice del Nobel senza troppe cautele: «non ha il sostegno del Paese per governare». La telefonata arriva in ritardo rispetto a quella di Emmanuel Macron, ma è comunque in controtendenza rispetto alla sortita di sabato. La decisione viene preparata dal board meloniano. Al mattino, il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami risponde ai deputati che gli chiedono se intervenire sulla crisi venezuelana con un sms standard, «meglio se per adesso evitiamo». Serve silenzio, prima della svolta. Intanto la velina del gruppo meloniano, diretta emanazione di Giovanbattista Fazzolari, fa sapere che la linea del partito è: «Transizione democratica con il presidente eletto Urritia».
Serve però l’ultimo passo. Meloni fa firmare in Europa una nota che richiama al diritto internazionale e all’Onu, dopo essere stata ieri l’unica tra i leader europei ad aver abbracciato le mosse della Casa Bianca anche sul piano legale. Una scelta avventata, anche perché nata senza attendere la conferenza stampa di Trump e assunta nelle ore complesse in cui Meloni aveva già dovuto gestire le foto nell’auto rossa postate sui social con tempistica incauta da Santiago Abascal, al termine della vacanza a Madrid.
Arriva dunque la chiamata a Machado. Con una linea che ricalca quasi fedelmente quella di Macron, anche a costo di irritare il regime venezuelano: il contatto tra il presidente francese e la dissidente è infatti costato ieri all’Eliseo l’espulsione di due diplomatici. L’idea è rimettersi parzialmente in asse con gli europei e ricostruire un briciolo di distanza tra sé e la strategia Usa. Anche per non rischiare contraccolpi sul piano del consenso interno, visto che le mosse americane allarmano l’opinione pubblica continentale, ancora di più nel giorno in cui il tycoon punta direttamente la Groenlandia.
Il consenso muove anche Matteo Salvini. Il leghista decide di smarcarsi dal presidente americano - una prima assoluta - e criticare il blitz. Intanto per difendere la linea isolazionista con cui ha sempre giustificato il filoputinismo anti-Kiev. E poi per mettere in difficoltà Meloni (attaccata a sinistra anche da Giuseppe Conte, che la critica per essere «subalterna» al presidente Usa). Con una nota informale, Salvini premette di aver «sempre espresso sostegno» al tycoon, ma aggiunge: l’operazione in Venezuela ha fatto «emergere parecchie perplessità». «La cosiddetta esportazione della democrazia – sostiene il leader con i suoi – non è una soluzione né prudente, né saggia. Possa prevalere la diplomazia, in un momento internazionale delicato dove l’uso della forza va circoscritto il più possibile». In un post pubblico sostiene: «Nessuno avrà nostalgia di Maduro», ma si rispetti il «diritto dei popoli a decidere del proprio futuro», seguendo il Papa che «chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo stato di diritto».