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Il mistero dell’istruttoria lumaca: così l’Authority blocca i giornali

La sede del garante della Privacy

 

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Garante a due velocità: dal 2022 aperto un dossier mai chiuso sulla profilazione degli utenti dei siti di informazione
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ROMA – Tre anni e tre mesi di lavoro: nessuna risposta definitiva, nessuna certezza. Investito da una tempesta investigativa senza precedenti, il nostro Garante della Privacy tenterà ora di riprendere il filo dei tanti dossier che ha sul tavolo. Anche di uno — specifico — che proprio non è riuscito a portare a conclusione in 39 mesi di attività. Tre anni e tre mesi.

Si tratta di un dossier di vitale importante per un settore — quello dell’editoria giornalistica — che vive una grave crisi economica, nell’era dei giganti di Internet che dettano legge e delle fake news. Per ammissione della massime istituzioni del Paese, il giornalismo rappresenta tuttora uno dei cardini della vita democratica.

Il meccanismo

La vicenda nasce nel 2022 quando molti editori…

ROMA – Tre anni e tre mesi di lavoro: nessuna risposta definitiva, nessuna certezza. Investito da una tempesta investigativa senza precedenti, il nostro Garante della Privacy tenterà ora di riprendere il filo dei tanti dossier che ha sul tavolo. Anche di uno — specifico — che proprio non è riuscito a portare a conclusione in 39 mesi di attività. Tre anni e tre mesi.

Si tratta di un dossier di vitale importante per un settore — quello dell’editoria giornalistica — che vive una grave crisi economica, nell’era dei giganti di Internet che dettano legge e delle fake news. Per ammissione della massime istituzioni del Paese, il giornalismo rappresenta tuttora uno dei cardini della vita democratica.

Il meccanismo

La vicenda nasce nel 2022 quando molti editori — tra cui Gedi, che è proprietaria anche di Repubblica, Rcs, Caltagirone — chiedono ai propri lettori di scegliere. Potevano sottoscrivere un abbonamento a pagamento per fruire dei contenuti giornalistici digitali; o viceversa dare il consenso all’impiego di strumenti digitali (i cookie) che ne avrebbero tracciato il comportamento. Il tracciamento dei lettori, che certo non è una novità nella stagione di Internet, permette di indirizzare verso le persone delle pubblicità allineate ai loro gusti.

Il 18 ottobre 2022, il Garante della Privacy comunica, che sta «esaminando le iniziative (degli editori) alla luce del quadro normativo». Il 21 ottobre, c’è subito un secondo comunicato. Il Garante riconosce che la normativa europea non vieta «in linea di principio» il sistema che gli editori italiani hanno scelto.

Eppure il Garante avverte la necessità di aprire una formale istruttoria sul caso, per dire la sua. Neanche un mese dopo, il 12 novembre 2022, il Garante torna a farsi vivo. Spiega di aver «rivolto ai maggiori gruppi editoriali specifiche richieste di informazioni», preoccupato che «la normativa sulla protezione dei dati personali non sia stata rispettata».

Il ritmo tambureggiante dei comunicati — tre in neanche un mese — lascia intendere che il Garante si pronuncerà in modo tempestivo. Invece il verdetto non arriva. E le imprese editoriali sono obbligate a navigare per mesi — dal 18 ottobre 2022 — nel più insidioso dei mari: quello dell’incertezza.

La consultazione

Il 5 maggio 2025, a due anni e 7 mesi dal primo comunicato del Garante, qualcosa sembra muoversi, ma le speranze si rivelano nuovamente vane. Il Garante si limita ad aprire una consultazione pubblica. Chiede a tutti i soggetti interessati di inviare — entro 60 giorni — dei contributi utili a mettere a fuoco la vicenda per approntare poi una soluzione. Aggiunge il Garante che la strada della consultazione viene presa per evitare «un approccio meramente sanzionatorio che rischierebbe di compromettere l’attuale modello di mercato degli editori».

Ma tanta magnanimità del Garante non tranquillizza affatto gli editori. Intanto l’incertezza continua. E soprattutto l’illiceità del modello degli editori resta tutta da dimostrare, a loro parere. Il 10 luglio 2025, gli editori europei di Enpa ed Emma citano al riguardo una sentenza della Corte di Giustizia del Lussemburgo, la C-252/21.

Anche se non dedicata al mondo del giornalismo, la sentenza della Corte legittima lo stesso meccanismo “binario” scelto dagli editori anche italiani per i lettori. Della serie: dammi il consenso al tracciamento e, se non vuoi, allora paga.

Davvero il Garante della Privacy è stato sul punto di multare gli editori, prima di virare verso la consultazione? La multa agli editori sarebbe stata una beffa alla luce delle presunte “incertezze” che il Garante ha avuto nel sanzionare Meta sul caso degli smart glasses.

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