ROMA – Settanta secondi per dire che si è esagerato. Che un ministro della Repubblica non può definire mafioso il Csm. Anche il linguaggio politico esige una sua misura. Sergio Mattarella si presenta al Consiglio superiore della magistratura per difendere l’autogoverno dei giudici: «Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare - particolarmente da parte delle altre istituzioni - nei confronti di questa istituzione».
Sono le dieci del mattino e Mattarella decide di presiedere una seduta ordinaria del plenum. Non era mai successo in undici anni. Una seduta minore, chiamata ad approvare alcune nomine non di primo piano. Fa notare l’eccezionalità della sua presenza. Aveva chiesto di non trascinarlo nella polemica elettorale. E invece è costretto a …
ROMA – Settanta secondi per dire che si è esagerato. Che un ministro della Repubblica non può definire mafioso il Csm. Anche il linguaggio politico esige una sua misura. Sergio Mattarella si presenta al Consiglio superiore della magistratura per difendere l’autogoverno dei giudici: «Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare - particolarmente da parte delle altre istituzioni - nei confronti di questa istituzione».
Sono le dieci del mattino e Mattarella decide di presiedere una seduta ordinaria del plenum. Non era mai successo in undici anni. Una seduta minore, chiamata ad approvare alcune nomine non di primo piano. Fa notare l’eccezionalità della sua presenza. Aveva chiesto di non trascinarlo nella polemica elettorale. E invece è costretto a intervenire. Ad essere lì. Il fatto che sia tra quei banchi è già un fatto rilevante. Ma ha pronta pure una dichiarazione. Estrae il suo foglietto. Legge.
Cosa l’ha indotto? L’attacco del ministro della giustizia Carlo Nordio, che il 15 febbraio aveva definito «para mafioso» il Csm, di cui Mattarella è presidente. Ci pensava da giorni. Ma cercava una cornice istituzionale nella quale intervenire. Non farlo a botta calda, in maniera estemporanea. Le forme sono importanti. Il suo vice, Fabio Pinelli, martedì pomeriggio era salito al Quirinale, a colloquio. Si era sparsa la voce che il capo dello Stato potesse presentarsi all’indomani a palazzo dei Marescialli. Di buon mattino il Quirinale avverte Pinelli che il presidente andrà.
La sede naturale è il Csm. Mattarella parla poco più di un minuto. È un tempo che pesa. Dice che è qui più nella veste di presidente della Repubblica che in quella di presidente del Csm, perché il suo intendimento è difendere tutte le istituzioni. Che si possono criticare, naturalmente. Così come si può criticare il Csm. «Un’istituzione non esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori, e sono possibili critiche all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario». Ma, aggiunge, la critica «deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica». Specie se viene dal rappresentante di un’altra istituzione come un ministro.
Serve «rispetto vicendevole». Perché il richiamo vale per tutti gli attori in campo. Anche per il procuratore Nicola Gratteri, che aveva detto che avrebbero votato per il Sì imputati, indagati, massoni. Ma i due casi non sarebbero comparabili. L’attacco di Nordio ha aperto uno scontro istituzionale. È un siluro a un pezzo di Stato di diritto. un organo costituzionale. Quello di Gratteri rientra in uno scontro politico, un eccesso di foga polemica. Dopodiché, «nell’interesse della Repubblica» i toni vanno abbassati, da qui al 22 e 23 marzo.
Nelle ultime settimane la rimonta del No nei sondaggi, ha reso la campagna incandescente. L’ha politicizzata. «Speriamo che l’invito del presidente abbia una funzione pacificatrice», ha commentato Giovanni Bachelet, il presidente del Comitato società civile per il No. Che ha colto nella scelta di Mattarella un’analogia con un episodio che vide protagonisti suo padre e l’allora presidente Sandro Pertini. «Fu una delle ultime sedute del Csm prima che mio padre, suo vicepresidente, fosse ucciso. Anche in quel caso c’era stato da parte di un parlamentare un attacco alla magistratura, in particolare a Magistratura democratica che era stata definita fiancheggiatrice delle Brigate Rosse. Pertini decise di presiedere e il Consiglio di allora fece un’unanime dichiarazione di solidarietà e di difesa dell’autonomia e indipendenza della magistratura».
Venerdì Mattarella parteciperà al convegno alla Sapienza dedicato a Vittorio Bachelet. Nel pomeriggio di oggi Meloni è tornata ad attaccare i giudici: per la seconda volta in 24 ore. «Mi dispiace se deluderò più di qualcuno perché noi siamo particolarmente ostinati», si è giustificata.