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Referendum, Meloni spinge il sì con l’incubo affluenza: sotto al 40% si rischia

La premier Giorgia Meloni 

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Casellati: “Dal Guardasigilli frasi mal riuscite”. Crosetto: “Evitiamo i derby”. E ora la leader FdI pensa di andare a Sanremo
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Due video fanno una prova. Giorgia Meloni è in campo per il referendum. Teme di perdere. Abbandona le cautele, quelle che l’avevano spinta a pianificare un profilo basso almeno fino alla prima decade di marzo. Per ventiquattr’ore attacca due volte i magistrati sui social. La seconda, poche ore dopo la visita di Sergio Mattarella al Csm. Una sfida diretta al Quirinale, ignorando l’appello del Colle. Frutto di un timore, anzi di un sondaggio riservato che circola a Palazzo Chigi: quello che indica nel 40% la soglia minima di affluenza necessaria al sì per poter competere. Sotto, si perde quasi certamente.

La mossa del Capo dello Stato spiazza il governo. La presidente del Consiglio non conosceva le intenzioni del presidente. E apprende della missione al Consiglio superiore della magistratura dai media. L’unico ad essere avvertito, ma pochissimi minuti prima dell’arrivo di Mattarella a Palazzo Bachelet, è Alfredo Mantovano. Nessuno lo sostiene ufficialmente, ma a Palazzo Chigi si fa su…

Due video fanno una prova. Giorgia Meloni è in campo per il referendum. Teme di perdere. Abbandona le cautele, quelle che l’avevano spinta a pianificare un profilo basso almeno fino alla prima decade di marzo. Per ventiquattr’ore attacca due volte i magistrati sui social. La seconda, poche ore dopo la visita di Sergio Mattarella al Csm. Una sfida diretta al Quirinale, ignorando l’appello del Colle. Frutto di un timore, anzi di un sondaggio riservato che circola a Palazzo Chigi: quello che indica nel 40% la soglia minima di affluenza necessaria al sì per poter competere. Sotto, si perde quasi certamente.

La mossa del Capo dello Stato spiazza il governo. La presidente del Consiglio non conosceva le intenzioni del presidente. E apprende della missione al Consiglio superiore della magistratura dai media. L’unico ad essere avvertito, ma pochissimi minuti prima dell’arrivo di Mattarella a Palazzo Bachelet, è Alfredo Mantovano. Nessuno lo sostiene ufficialmente, ma a Palazzo Chigi si fa subito largo il sospetto che si tratti di una mossa ostile, o comunque destinata a dare forza alle toghe e a chi si oppone alla riforma. E la reazione non tarda ad arrivare.

È un doppio binario, a ben guardare. Perché da una parte la premier chiede e ottiene che Carlo Nordio dichiari pubblicamente l’adesione alle parole di Mattarella. Sortite giudicate fin dal primo momento improvvide, oltreché controproducenti. È la precondizione che Meloni considera necessaria per poter intervenire personalmente contro le toghe. Legando la battaglia referendaria a quella sul dossier migratorio, sulla sicurezza. Lo fa seguendo ancora una volta i sondaggi, che indicano un grado di elevata fumosità dei quesiti, soprattutto per chi sceglie il sì. Servono messaggi chiari per spingere gli elettori a votare. Alcuni istituti, ad esempio Youtrend, hanno indicato addirittura attorno al 47-48% di affluenza la soglia minima oltre la quale il Sì potrebbe prevalere. Altre rilevazioni abbassano l’asticella attorno al 40%. In teoria, una percentuale alla portata. Vanno però ricordati i pochi precedenti che non rendono scontato questo scenario: al referendum costituzionale del 2001 votò il 34%, nel 2006 il 52%.

Per Meloni, è una battaglia cruciale. In cui il referendum sta alle prossime politiche come quelle semifinali considerate finali anticipate. La paura è che, di fronte a una vittoria del no, possa innescarsi una dinamica pericolosissima nell’ultimo anno di legislatura. Non riguarderebbe FdI, che anzi la premier porterebbe su una linea intransigente per ottenere una nuova legge elettorale e una riforma fiscale spendibile nella prossima campagna elettorale. Preoccupa la crisi della Lega, minacciata dalla scissione di Roberto Vannacci. E la dinamica interna a FI, con l’influenza della famiglia Berlusconi.

Nei corridoi del Palazzo non tutti difendono in toto il Guardasigilli, Nordio. «Csm paramafioso? Io non l’avrei detto, è stata un’affermazione malriuscita, ma a volte nella foga si può esagerare, magari si risponde a una provocazione, conosco Nordio ed è persona equilibrata», si lascia sfuggire la ministra azzurra Elisabetta Casellati, che del Csm è stata membro. Attraversa un corridoio della Camera poco dopo Guido Crosetto, con cui conviene: «Questa non è una battaglia del centrodestra, di FdI o FI, è per il Paese». Sarà. Il ministro della Difesa, parlando a più riprese a Montecitorio, invita ad abbassare i toni, perché il referendum «non diventi un derby», anche se ammette che i margini tra i due blocchi si stanno facendo più sottili. Però professa la linea ufficiale: «Non ci saranno ripercussioni sul governo».

Certo i timori restano. Nordio viene tenuto lontano dal Palazzo: ieri al suo posto, per un’interrogazione alla Camera, si è presentato Luca Ciriani. Meloni intanto, oltre ai social, cerca una mossa pop: secondo fonti governative, sta valutando Sanremo. Ospitata in galleria, alla prima serata, il 24. Contatti informali con Carlo Conti ci sono stati. Una risposta definitiva ancora no.

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