Famiglia del bosco, plotoni di esecuzione e wc: ecco il bestiario della campagna referendaria
di Francesco BeiIl ministro della Giustizia Carlo Nordio con il suo braccio destro, Giusi Bartolozzi
ROMA – Venghino siori al gran circo del referendum: saltimbanchi, trapezisti senza rete, mangiafuoco e pagliacci quanti ne volete. Un mese di campagna elettorale ha offerto uno spettacolo indimenticabile e pure gratis. Il caratterista principale è stato naturalmente il guardasigilli Carlo Nordio, non immeritatamente ribattezzato il principale testimonial del no per le sue uscite spericolate. Dal «sistema paramafioso» del Consiglio superiore della magistratura, che sarebbe presieduto da Sergio Mattarella, fratello di una vittima della mafia, alle accuse di «blasfemia» rivolte all’Anm, il ministro della Giustizia è stato superato forse soltanto dalla sua mano destra, Giusi Bartolozzi, con il suo «votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione».
Nordio è come un missile a testata multipla: una gaffe ne fa scoppiare altre a raffica. Per cui sul podio, oltre al ministro e alla sua capa di gabinetto, sale di diritto la leghista Simonetta Matone. La sve…
ROMA – Venghino siori al gran circo del referendum: saltimbanchi, trapezisti senza rete, mangiafuoco e pagliacci quanti ne volete. Un mese di campagna elettorale ha offerto uno spettacolo indimenticabile e pure gratis. Il caratterista principale è stato naturalmente il guardasigilli Carlo Nordio, non immeritatamente ribattezzato il principale testimonial del no per le sue uscite spericolate. Dal «sistema paramafioso» del Consiglio superiore della magistratura, che sarebbe presieduto da Sergio Mattarella, fratello di una vittima della mafia, alle accuse di «blasfemia» rivolte all’Anm, il ministro della Giustizia è stato superato forse soltanto dalla sua mano destra, Giusi Bartolozzi, con il suo «votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione».
Nordio è come un missile a testata multipla: una gaffe ne fa scoppiare altre a raffica. Per cui sul podio, oltre al ministro e alla sua capa di gabinetto, sale di diritto la leghista Simonetta Matone. La sventurata, pensando di essere a una riunione di partito a porte chiuse, ha ammesso con candore: «Tutti noi pensiamo le cose che ha detto Nordio, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente». Come si dice nella sua Roma, “la bocca della verità”.
A compensare dall’altra parte ci ha pensato il supermagistrato Nicola Gratteri, che si è buttato in avanti con generosità quando la campagna del no stentava ad avviarsi, diventando suo malgrado protagonista della campagna per il sì. Gli hanno prima contestato una frase di Giovanni Falcone sulla separazione delle carriere, ma Falcone era come Socrate, procedeva dialetticamente per dubbi, rifuggendo gli assoluti, e a distanza di anni ancora lo tirano da una parte e dall’altra. Fin qui…
Poi però il procuratore di Napoli, alzando la voce, si è lasciato andare a una sentenza senza appello sostenendo che per il sì voteranno «gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata». Ha forse detto che tutti quelli che votano sì sono massoni deviati o mafiosi? No, eppure il sillogismo era a portata di mano ed è stato ampiamente utilizzato dal fronte del sì per infilzarlo.
Scivolone simile a quello in cui è incorso Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il no. Ha pubblicato sui social una foto di un cesso, scusate un wc, e un bidet per commentare la nascita di un sedicente “comitato sanitari per il sì”, nel senso di operatori della sanità. Uno scivolone di cui si è scusato, rispondendo così a un utente che lo criticava: «Il mio animo goliardico ha avuto la meglio solo per qualche ora. Rimuoverò tazza e bidet, che pure sono, indubitabilmente, sanitari».
Restando in zona sanitari, nel senso di toilette, impossibile non pensare alla casetta nel bosco – priva dei servizi igienici – diventata a un certo punto il centro della campagna per il sì. Uno show dove nessuno si è risparmiato la sua dose di sciacallaggio, mentre i magistrati abruzzesi che provavano a garantire un’educazione (e una casa) dignitosa ai bambini di Palmoli venivano sommersi da secchiate d’odio social. Da Meloni – «i figli non sono dello Stato» – a Salvini, da La Russa alla tiktoker (Dio mi perdoni) napoletana Rita De Crescenzo, andata in pellegrinaggio a Palmoli perché «i bambini non si toccano». A lei li hanno tolti quei cattivoni dei magistrati, magari c’entrava qualcosa che il primo lo avesse avuto a 12 anni e, mentre lui cresceva, lei spendesse le sue entrate in cocaina.
Seguendo la pista della droga, come dimenticare la botta che Carolina Varchi, deputata di Fratelli d’Italia, ha voluto infliggere alle toghe ricordando il caso di «magistrati che vanno in overdose nei bagni del tribunale». Un acuto sovrastato da un altro fratello d’Italia della Basilicata, Aldo Mattia, che a un convegno ha invitato a «usare anche il solito sistema clientelare» per sostenere il sì.
Certo, se tanti di FdI hanno alzato così i toni ci sarà un motivo e conviene guardare all’esempio che viene dalla numero uno, ancora Meloni, la quale al teatro Parenti l’ha toccata piano, con motivazioni squisitamente tecnico-giuridiche: «Se vince il no vi ritroverete immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà». Proprio al teatro Parenti ha raggiunto il suo hype un altro dei tormentoni social di questa campagna, il ritornello della canzone Per sempre sì di Sal Da Vinci, trasformato in jingle tra un oratore e l’altro della manifestazione, anche se il vincitore di Sanremo ha smentito che Meloni gliel’abbia chiesto come colonna sonora ufficiale.
Visto che siamo in par condicio, è obbligatorio citare un altro cantante sul fronte opposto, chiedendo perdono in anticipo per l’accostamento, con il grande Vasco Rossi che ha postato la sua C’è chi dice no. Paragone per paragone, per il no si è speso Elio Germano, in un remake riuscito di una celebre gag Gigi Proietti: due minuti di monologo a base solo di “no” per la campagna referendaria del 1974. Ps: grazie anche a Proietti il no vinse con il 59 per cento e il divorzio ce l’abbiamo ancora.