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Meloni sfida in aula le opposizioni: “Né rimpasto né dimissioni”

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Prima volta in aula della premier dopo il ko del referendum: “Non scappo, ci metto la faccia”. Difende la politica estera: “Non sono subalterna a Trump”. E alla sinistra: da voi solo insulti
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ROMA –Parte lenta. Voce profonda, però flebile. Prossemica che sa di assedio e difesa. Parla ai suoi, più che al Paese. Quelli in Aula, soprattutto. «Niente dimissioni e niente rimpasto, governeremo per cinque anni, fino all’ultimo giorno», scandisce Giorgia Meloni. Conferma che a Palazzo Chigi, dopo la batosta elettorale, tutte le opzioni sono state valutate, compreso il voto anticipato: «Probabilmente sarebbe convenuto sul piano tattico invocare le elezioni per giocare sull’effetto sorpresa e sulla divisione delle opposizioni». Invece no, si andrà avanti: «Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini i soliti giochi di palazzo: governeremo come fanno le persone serie in pace con la propria coscienza». Dai banchi di maggioranza applaudono, la leader insiste: «Ho moltissimi difetti, tranne uno: non sono una persona abituata a scappare. Ci metto la faccia».

Sono le nove del mattino quando accende il microfono, a Montecitorio: sarà una lung…

ROMA –Parte lenta. Voce profonda, però flebile. Prossemica che sa di assedio e difesa. Parla ai suoi, più che al Paese. Quelli in Aula, soprattutto. «Niente dimissioni e niente rimpasto, governeremo per cinque anni, fino all’ultimo giorno», scandisce Giorgia Meloni. Conferma che a Palazzo Chigi, dopo la batosta elettorale, tutte le opzioni sono state valutate, compreso il voto anticipato: «Probabilmente sarebbe convenuto sul piano tattico invocare le elezioni per giocare sull’effetto sorpresa e sulla divisione delle opposizioni». Invece no, si andrà avanti: «Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini i soliti giochi di palazzo: governeremo come fanno le persone serie in pace con la propria coscienza». Dai banchi di maggioranza applaudono, la leader insiste: «Ho moltissimi difetti, tranne uno: non sono una persona abituata a scappare. Ci metto la faccia».

Sono le nove del mattino quando accende il microfono, a Montecitorio: sarà una lunga giornata tra Camera e Senato. Con pochi impegni per l’ultimo scorcio di legislatura, però: troppo pochi i soldi, anche solo per promettere. Si parte dallo schiaffo referendario, senza particolari autocritiche. Accenna alla cacciata di Daniela Santanché e Andrea Delmastro, «non sono state scelte semplici, né indolori». Ma adesso guarda avanti e all’opposizione chiede di «non abbandonare il cantiere della riforma della giustizia».

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Parla dell’agenda di governo: «Non servono nuove linee programmatiche», premette, c’è già il programma da realizzare. Nessun colpo ad effetto, quindi: insiste sul piano casa – «l’obiettivo è 100 mila abitazioni nei prossimi dieci anni» - e promette per il primo maggio misure per il mondo del lavoro: «Schlein ripete in tv che con noi è aumentata la precarietà. Una menzogna». A Conte riserva invece un’altra stoccata: «Non farò promesse roboanti», sono diversa da chi «devastava i conti pubblici nel tentativo disperato di raccogliere consenso facile, con bonus e privilegi». Nel programma ci sarebbe anche la riduzione delle tasse, ma su questo capitolo i ragionamenti si fanno sfumati, vaghi: «Compatibilmente con il quadro della finanza pubblica, continueremo a lavorare per ridurre il carico fiscale».

«Sfida» le opposizioni a discutere del merito delle cose fatte, anche se è lei a governare da 42 mesi. In ogni caso, ammette di «non essere soddisfatta dei risultati» sul fronte legalitario e promette l’assunzione di «10 mila unità di volontari in ferma prefissata per fare attività di sicurezza». L’altro grande capitolo riguarda la crisi internazionale. Meloni resta in equilibrio su Donald Trump, dosa le critiche. Non sono «subalterna», giura, «la collocazione internazionale dell’Italia è la stessa da 80 anni». Poi spiega: «Sul rapporto fra Stati Uniti ed Europa mi verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara a Elly Schlein, che noi siamo testardamente unitari», come lo è la leader dem rispetto al campo largo. Quindi rivendica distinguo con il Presidente Usa sui dazi e Groenlandia. Il no per Sigonella. «E da ultimo sulla guerra in Iran, operazione che l’Italia non ha condiviso».

Uno degli effetti del conflitto è il caro energia. Per fronteggiarlo, la premier non esclude mosse drastiche, inclusi «interventi sui profitti delle società energetiche». Quanto a Benjamin Netanyahu, sostiene di aver «a più riprese chiesto a Israele di fermare l’escalation militare e garantire la sicurezza del personale della missione Unifil», dopo gli «inaccettabili fatti» dell’altro ieri.

Le conclusioni sono motivazionali: «A chi spera nel nostro fallimento, risponderemo con determinazione. A chi getta fango, con l’orgoglio di chi può guardare tutti gli altri negli occhi». Quanto a lei, attenderà serena il giudizio del popolo sovrano. «Perché un sì ti conferma, ma un no ti riaccende. Ti impone di fermarti a riflettere, di rimettere tutto in discussione». Quei quindici milioni di No hanno lasciato un segno.

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