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Biennale, blitz e tensioni al padiglione russo. Proteste di Kiev e baltici

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Performance di Pussy riot e Femen. L’ambasciatore Paramonov: “Noi le abbiamo dimenticate”. Polizia schierata. I ministri dei paesi dell’Est contro Mosca
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VENEZIA – L’appuntamento è per le 10.30 davanti al padiglione ceco che ha fatto da gancio. Non c’è bisogno di ricordare che Praga ha un conto in sospeso con Mosca dal 1968. Eccola, Nadja Tolokonnikova, vestita di nero, capelli bagnati dal temporale che, se mai ce ne fosse bisogno, getta fulmini su questa Biennale di Venezia. La leader delle Pussy Riot prepara l’assalto al piccolo Palazzo d’Inverno dei Giardini. Intanto, da Ca’ Giustinian, fanno sapere che sono cancellati gli incontri con il regista – per niente putiniano – Aleksandr Sokurov e la scrittrice e architetta palestinese Suad Amiry. Erano stati previsti per parlare di pace e dissidenza. Ma, evidentemente, la ricomposizione non è un destino di questa edizione delle polemiche.

Venezia: la protesta delle Pussy Riot alla Biennale e il tentativo di ingresso nel padiglione russo

Alle 11 in punto scatta l’ora X. La gu…

VENEZIA – L’appuntamento è per le 10.30 davanti al padiglione ceco che ha fatto da gancio. Non c’è bisogno di ricordare che Praga ha un conto in sospeso con Mosca dal 1968. Eccola, Nadja Tolokonnikova, vestita di nero, capelli bagnati dal temporale che, se mai ce ne fosse bisogno, getta fulmini su questa Biennale di Venezia. La leader delle Pussy Riot prepara l’assalto al piccolo Palazzo d’Inverno dei Giardini. Intanto, da Ca’ Giustinian, fanno sapere che sono cancellati gli incontri con il regista – per niente putiniano – Aleksandr Sokurov e la scrittrice e architetta palestinese Suad Amiry. Erano stati previsti per parlare di pace e dissidenza. Ma, evidentemente, la ricomposizione non è un destino di questa edizione delle polemiche.

Venezia: la protesta delle Pussy Riot alla Biennale e il tentativo di ingresso nel padiglione russo

Alle 11 in punto scatta l’ora X. La guerriglia parte dalle fronde che confinano con la mostra dell’Australia. Tutto viene rigorosamente filmato a uso social. Passamontagna rosa shocking, musica diffusa da una cassa, il gruppo delle attiviste, che comprende anche giovani uomini, esce dai cespugli e corre verso il padiglione della Russia. Con loro – coroncine di fiori e seno nudo sotto la giacca di pelle – ci sono le Femen, le sorelle femministe ucraine. Gridano in inglese: «Disobbedire, disobbedire! Arte in mostra, sotto le tombe! Il sangue è la sola arte della Russia!». E poi «Slava Ukraini, gloria all’Ucraina!». Ecco i fumogeni, prima rosa e poi, via via, gialli, e blu, i colori della bandiera di Kyiv. Intanto, le forze dell’ordine formano una barriera davanti al padiglione russo. Un ragazzo tenta di forzare il blocco invano. C’è chi si siede per terra e chi salta sulle scale anteriori dell’edificio. Dentro, dove si allestisce il progetto “L’albero è radicato in cielo”, nessuno può entrare, né uscire. Ma la protesta si estingue in mezz’ora. Le Pussy Riot si allontanano volontariamente. Qualcuno lascia un adesivo con la scritta “Death in Venice”, lo slogan di un’altra protesta che corre in tono minore nei dintorni. Ma cartelli e messaggi antirussi si alternano per tutta la giornata davanti allo spazio piantonato a ogni ora.

Nel pomeriggio, alla fine di un’esibizione al piano superiore del Padiglione della discordia, un giovane getta un bicchiere pieno di latte sul pubblico, gridando: «Parmigiano! Parmigiano!». L’ambasciatore russo in Italia Aleksej Paramonov non fa una piega. Anche stamattina era presente durante i tafferugli. «Le Pussy Riot? Hanno avuto in passato il loro momento di gloria, ma sono state dimenticate dalla Russia – dice a Repubblica – Non hanno disturbato nessuno qui, se non le forze dell’ordine. Non ho visto e capito che cosa volessero. La Biennale è sempre stata famosa per le manifestazioni spontanee di protesta. È ora, però, di spostare l’attenzione sul progetto realizzato qui: non capisco che minaccia possano rappresentare per l’Italia e l’Occidente questa cinquantina di artisti. Basta con gli stereotipi. Sono venuti per arricchire il programma culturale di questa manifestazione e a portare il messaggio che la Russia è parte di un grande spazio euroasiatico». Poco distante, c’è il cervo arrivato dall’Ucraina, diventato un’opera simbolo. «Non l’ho visto – risponde il diplomatico – La presenza di quell’opera è una scelta della Biennale che non mi spetta di commentare. Nessuno ci ha invitati a stare qui: la Russia, sin dalla fine dell’Ottocento, è stata tra i primissimi Paesi che aderì all’idea del sindaco Riccardo Selvatico di costruire i padiglioni nazionali per cui ci fu un grande sforzo. La Biennale si occupa di fare rispettare le sanzioni, quindi da sabato il padiglione non sarà accessibile al pubblico».

Dall’altro lato del ponte, nel padiglione della Polonia, la ministra della Cultura dell’Ucraina Tetiana Berezhna condivide con i colleghi di Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia il secco no alla presenza di Mosca alla Biennale. «Uno Stato che muove una guerra di aggressione non può proporsi come rappresentante della cultura». Al padiglione russo, la giornata dell’assedio, durante la quale qualcuno si è divertito a ballare con un passamontagna in stile Pussy Riot, si conclude con i gorgheggi dell’ensemble Toloka. Da sabato le performance si potranno vedere da fuori, attraverso un video che sarà montato all’ingresso. «Questo è il posto dove ognuno esprime la sua opinione, utilizzando il mezzo dell’arte però», conclude sibillina la curatrice Anastasia Karneeva.

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