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Mity Simonetto, la donna che trasformò in icona l’immagine di Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi e Mity Simonetto 

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Addio alla storica consulente che per decenni costruì tra foto, set televisivi e propaganda la figura pubblica del Cavaliere: ha contribuito a cambiare la politica puntando su apparenza e comunicazione
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ROMA – Nell’ormai remoto 1992, aurora dell’età dell’oro berlusconiana, un po’ per appassionata curiosità e un altro po’ per farsi bello, il Cavaliere volle scrivere di suo pugno un’introduzione al Principe di Machiavelli commentato da Napoleone (ma era un falso), per un’edizione extra-lusso da regalare ai clienti della Fininvest. Raccomandava dunque ai lettori il proto-Berlusconi la necessità di «curare con la massima attenzione la propria immagine» giacché, con l’autorevole sostegno di Machiavelli, «ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu sé».

Ecco, tra questi pochi va senz’altro annoverata Mity Simonetto, che l’altro ieri se n’è andata a 77 anni e alla quale Silvione aveva consegnato le chiavi per mantenere…

ROMA – Nell’ormai remoto 1992, aurora dell’età dell’oro berlusconiana, un po’ per appassionata curiosità e un altro po’ per farsi bello, il Cavaliere volle scrivere di suo pugno un’introduzione al Principe di Machiavelli commentato da Napoleone (ma era un falso), per un’edizione extra-lusso da regalare ai clienti della Fininvest. Raccomandava dunque ai lettori il proto-Berlusconi la necessità di «curare con la massima attenzione la propria immagine» giacché, con l’autorevole sostegno di Machiavelli, «ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu sé».

Ecco, tra questi pochi va senz’altro annoverata Mity Simonetto, che l’altro ieri se n’è andata a 77 anni e alla quale Silvione aveva consegnato le chiavi per mantenere salda e luminosa questa sua benedetta immagine. Un compito di custodia attiva che lei svolse a lungo con entusiastica dedizione e affidabile cortesia, sempre di buonumore, come era nei codici e nella prassi nel rinomato staff del Dottore.

Mity, che in realtà si chiamava Matilde, ma aveva accolto con gioia il nome di culla da genitori veneti che sempre si appellavano l’un l’altro “mi” e “ti”, donde Mi-ti, poi Mity, veniva dal mondo della moda e nella leggenda aziendale si affermò per la garbata decisione e la disponibilità economica con cui – ecco l’immagine! – negoziava, acquistava e rastrellava tutte le foto in cui Berlusconi non era “venuto bene”, ambigua espressione in nome della quale erano tolte dalla circolazione panze prominenti, riporti al vento, palpebre abbassate, gore di sudore, inquadrature che ritraevano il leader o troppo basso o con le gambe stortignaccole (su tale impervia raffigurazione s’innescò una interminabile trattativa a proposito di un libro fotografico della Camera dei Deputati).

Assistente alla regia e addetta all’occhiuta supervisione del celebre video della discesa in campo nel finto studio di Macherio, al Quirinale comparve nella primavera del 1994 come depositaria di un elegante beauty-case con pennelletti, trucchi, cerone e tamponi per le riprese televisive del premier incaricato e la desolata meraviglia di Oscar Luigi Scalfaro. Nel 2001 Simonetto curò la cospicua iconografia (250 foto di B. in 130 pagine) di quell’almanacco, “Una storia italiana”, che inviato per posta a milioni di elettori ripristinava l’antico genere dell’agiografia adeguandolo alla civiltà post-moderna della leadership iper-visibile e dell’intrattenimento.

Al giorno d’oggi sembrano inezie, ma è grazie a professionalità di questo tipo che la politica, da astratta, è tornata figurativa - d’altra parte anche ai tempi di Senofonte i condottieri s’imbellettavano. Cambiarono allora e senza ritorno le modalità espressive del potere, l’apparenza conquistò il predominio sulla sostanza, la forma sui contenuti, le emozioni sugli ideali e i progetti. Per certi versi si può dire che entrò in crisi lo statuto stesso della verità.

Tutto ciò sarebbe eccessivo metterlo in conto a Mity, anche se acquista un indubbio rilievo politico il suo ruolo nell’aver intuito che la figura, il governo, gli affari e la famiglia del Cavaliere dovesse essere presentati all’opinione pubblica secondo i codici in uso nelle monarchie.

Sennonché ai sovrani tocca di conservare il proprio decoro, e qui invece Re Silvione a un certo punto perse la brocca. Già la sceneggiata della bandana piacque poco a Simonetto, immaginarsi la sua pena dinanzi alle immagini del book e della festa di Noemi nel motel di Casoria, alla diffusione planetaria delle foto delle ninfe della Certosa, alle paparazzate sui convogli di Lele Mora ad Arcore per finire, tra un colpo di sonno e un colpo di grazia, con l’icona catastrofica del selfie nel cesso di Palazzo Grazioli. Tanti anni di lavoro meticoloso andati in fumo per un mito che non funzionava più. E Mity, nel 2010, dolorosamente si chiamò fuori dalla prima linea.

Che cosa abbia fatto sempre in ambito berlusconiano è secondario. Era un tipo preciso e di sicuro avrà fatto bene. A differenza di parecchi altri non si è lasciata sfuggire una parola, se non di affetto per il Dottore. Resta legata a quella sua formidabile avventura, certo all’enigmatico segreto che ispirava il suo mestiere, forse anche alla rivelazione che ogni uomo, alla fine, è quello che sembra, ma anche quello che è.

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