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Ranucci sotto shock: “Non credo a quel movente. Via da Report? Mi caccino”

(ansa)

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La rabbia dopo le ammissioni dell’amico. E sul suo futuro alla guida del programma: “Non sarò io a lasciare”. Il paragone con Falcone e Borsellino. FdI: “Delira”
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È sbalordito, Sigfrido Ranucci. Tormentato dai dubbi. «Non ci credo, non credo al movente svelato da Lavitola durante l’interrogatorio a Rebibbia», continua a ripetere ai pochissimi che riescono a sentirlo dopo aver letto la strabiliante confessione dell’amico faccendiere.

Per il conduttore di Report quell’ammissione davanti al gip — «Ho fatto mettere la bomba perché Ranucci era in pericolo. Per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione» — non sta in piedi. Probabilmente figlia di una studiata strategia difensiva per provare a uscire dal carcere, ottenere almeno i domiciliari. O magari, ma questo è un sospetto da scacciare via subito, trattandosi di un legame fraterno, per nascondere il motivo vero e i veri mandanti dell’attentato, annidati fra i tanti nemici che il giornalista si è fatto in oltre trent’anni di carriera. Non essendo un mistero la specialità in cui il ristoratore ora in carcere eccelle: il gioco delle tre carte.

È sbalordito, Sigfrido Ranucci. Tormentato dai dubbi. «Non ci credo, non credo al movente svelato da Lavitola durante l’interrogatorio a Rebibbia», continua a ripetere ai pochissimi che riescono a sentirlo dopo aver letto la strabiliante confessione dell’amico faccendiere.

Per il conduttore di Report quell’ammissione davanti al gip — «Ho fatto mettere la bomba perché Ranucci era in pericolo. Per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione» — non sta in piedi. Probabilmente figlia di una studiata strategia difensiva per provare a uscire dal carcere, ottenere almeno i domiciliari. O magari, ma questo è un sospetto da scacciare via subito, trattandosi di un legame fraterno, per nascondere il motivo vero e i veri mandanti dell’attentato, annidati fra i tanti nemici che il giornalista si è fatto in oltre trent’anni di carriera. Non essendo un mistero la specialità in cui il ristoratore ora in carcere eccelle: il gioco delle tre carte.

È il suo legale a spiegare la fragilità di una rivelazione in grado di precipitare i due protagonisti in «un delirante teatro della follia, se il movente reale fosse effettivamente quello riportato», avverte l’avvocato Roberto De Vita. «Ranucci», ricorda, «ha la scorta ininterrotta dal 2021, confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal ministero dell’Interno». Sottinteso: non aveva certo bisogno di livelli più alti di protezione. Tutti giustificati, a partire dalla prima tutela assegnata da Matteo Piantedosi all’epoca prefetto di Roma, e pure documentati dalla cronaca: narcotrafficanti, ‘ndranghetisti, estremisti neri, mafiosi del calibro di Nino Madonia, pentiti e detenuti, è vasto l’universo criminale che ha tentato di intimidire — anche tramite proiettili e lettere minatorie — il volto storico di Rai3.

E torna dunque l’angosciosa domanda: perché Lavitola ha detto quelle cose? Perché il suo avvocato, a preciso quesito dei cronisti, «Ranucci sapeva?», si è trincerato dietro un ambiguo no comment? A che gioco sta giocando il faccendiere sulla pelle del vecchio amico?

Una roba da mandare fuori di testa chiunque. Alimentata dall’attesa snervante di nuovi sviluppi investigativi, capaci di fugare ogni ombra. Che il giornalista ha pensato bene di riempire al mattino con un duro j’accuse — “La voce che spaventa” — postato sui social: «Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza», scrive. «Muoiono tutti nello stesso modo», l’affondo, «non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità, di raccontarlo a voce alta». Questo sì «un delirio», accusa subito Fratelli d’Italia.

Si sente sotto assedio, Ranucci. Sa che la Rai a trazione meloniana gli ha messo un bersaglio sulla schiena, lo considera colpevole non una vittima, e vuole sbarazzarsene. Come prova a fare da anni per via delle sue inchieste scomode sulla destra, che non hanno risparmiato nemmeno la premier e il fidato Ignazio La Russa. Ma lui non intende di arrendersi. Tanto più adesso che tutti lo danno per finito. «Se devo lasciare Report, decido io come e quando», l’ultimo sfogo affidato agli amici più cari. «Se proprio insistono, mi devono cacciare loro, così magari prendo pure un risarcimento da paura». Mai sottovalutare un animale ferito.

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