Valter Lavitola ha confessato. Ma, come spesso gli accade, lo ha fatto a modo suo. Ammettendo e precisando, dicendo una cosa e subito dopo ridimensionandola. Ha escluso ogni responsabilità di Sigfrido Ranucci, per poi dire di «non poter escludere» che dopo avesse capito che c’era lui dietro l’attentato. Ha detto che gli esecutori materiali «hanno esagerato» nella realizzazione per poi però assumersi «tutte le responsabilità» di quello che è successo. Ha ammesso di parlare spesso con Ranucci delle puntate di Report per poi spiegare che si trattava di chiacchiere superficiali. Insomma - per come Repubblica può ricostruirne i passaggi principali attraverso la difesa dell’ex editore dell’Avanti! - quello di Lavitola è stato un interrogatorio nel quale si è assunto la responsabilità più importante — «il mandante sono io» — per poi provare a delimitare tutto il resto: quello che aveva ordinato, quello che sapeva Ranucci, il rapporto con lui, il movente e persino ciò che avrebbero dovuto far…
Valter Lavitola ha confessato. Ma, come spesso gli accade, lo ha fatto a modo suo. Ammettendo e precisando, dicendo una cosa e subito dopo ridimensionandola. Ha escluso ogni responsabilità di Sigfrido Ranucci, per poi dire di «non poter escludere» che dopo avesse capito che c’era lui dietro l’attentato. Ha detto che gli esecutori materiali «hanno esagerato» nella realizzazione per poi però assumersi «tutte le responsabilità» di quello che è successo. Ha ammesso di parlare spesso con Ranucci delle puntate di Report per poi spiegare che si trattava di chiacchiere superficiali. Insomma - per come Repubblica può ricostruirne i passaggi principali attraverso la difesa dell’ex editore dell’Avanti! - quello di Lavitola è stato un interrogatorio nel quale si è assunto la responsabilità più importante — «il mandante sono io» — per poi provare a delimitare tutto il resto: quello che aveva ordinato, quello che sapeva Ranucci, il rapporto con lui, il movente e persino ciò che avrebbero dovuto fare gli uomini incaricati dell’attentato.
Il passaggio più delicato riguarda proprio Sigfrido Ranucci. Su questo Lavitola è stato netto: quando decise di organizzare l’attentato, il giornalista non ne sapeva nulla. Ha escluso qualsiasi conoscenza preventiva da parte dell’amico e ha tenuto questa linea anche quando gli sono stati contestati alcuni elementi emersi dall’indagine. Nello specifico le intercettazioni telefoniche nelle quali, nei mesi precedenti, si proponeva di aiutarlo in un momento di difficoltà. Ma anche qui, a un certo punto, è arrivata una precisazione. Lavitola ha detto di «non poter escludere» che dopo l’attentato Ranucci possa aver avuto qualche sospetto su di lui. Non che sapesse, dunque. Non che gli avesse confidato qualcosa. Ma che, successivamente all’esplosione, possa essersi fatto qualche domanda sul ruolo dell’amico. Secondo quanto risulta a Repubblica quel momento è arrivato dopo la lettura del decreto di perquisizione, quando Ranucci ha letto il nome di Tavares: anche per lui è stato troppo per non sospettare, seppur pubblicamente abbia continuato a difenderlo.
Lo schema usato da Lavitola, hanno notato procura e tribunale che per questo hanno deciso di non mandarlo agli arresti domiciliari nonostante si fosse accollato le colpe, è stato lo stesso per tutto l’interrogatorio: lanciare il sasso e ritirare la mano. Succede anche quando gli chiedono del suo rapporto con Ranucci e con Report. Ha ammesso che con il conduttore parlava anche della trasmissione, che qualche volta si confrontavano sulle puntate e sui temi dei servizi. Poi, però, ha immediatamente ridimensionato quelle conversazioni: discorsi superficiali, scambi tra amici, niente che possa essere interpretato come una sua influenza sulle scelte della trasmissione. Lo stesso meccanismo riguarda il cuore dell’inchiesta. Lavitola si assume la responsabilità di aver ordinato l’azione contro la casa di Ranucci, ma sostiene di aver dato indicazioni diverse da ciò che poi è realmente accaduto. «Avevo chiesto di sparare contro l’abitazione, non avevo ordinato di piazzare una bomba e non sapevo della decisione di utilizzare un ordigno esplosivo». Gli esecutori, insomma, sarebbero andati oltre il mandato ricevuto. Anche qui, però, Lavitola non arriva fino in fondo nel prendere le distanze da loro. Dopo aver spiegato che non avrebbero rispettato le sue indicazioni, ha comunque finito per assumersi la responsabilità di quello che era successo. Il senso della sua versione è: sono stato io a volere l’attentato, non avevo chiesto che venisse realizzato così, ma ciò che è successo resta comunque responsabilità mia.
C’è poi il movente. Lavitola ha ribadito di aver agito per «fare del bene» a Ranucci, per aumentare il livello della sua protezione. «Avevo saputo di un progetto omicidiario nei confronti di Sigfrido» ha detto in sintesi al gip. «Lo volevano fare i servizi segreti israeliani dopo il servizio di Report sui cantieri Vittoria». Di questa presunta minaccia, però, durante l’interrogatorio non avrebbe fornito elementi concreti. E Lavitola ha dovuto rispondere anche di un’altra circostanza: dopo l’attentato aveva suggerito al giornalista Daniele Autieri, collaboratore di Ranucci, di indagare proprio sulla pista dell’intelligence israeliana legata al servizio sul cantiere Vittoria. Vale a dire la stessa pista dalla quale, secondo il racconto fatto ai magistrati, sarebbe partita la minaccia che lo aveva convinto a organizzare l’attentato. Il metodo Lavitola in purezza.