Bruno Tabacci, che ha appena compiuto 80 anni, percorre con rapida agilità il Transatlantico, il corridoio dei passi perduti di Montecitorio. Conosce il palazzo come le sue tasche. È deputato dal 1992, alcuni parlamentari non erano manco nati. Ogni tanto qualcuno lo ferma, gli chiede un consiglio, e allora si appartano sui divanetti, persi in fitti conciliaboli. Possiede un bene inestimabile: la proprietà di un simbolo presentato alle precedenti elezioni, quello del Centro democratico. E anche al prossimo voto lo presterà a chi ne avrà bisogno. Stavolta i beneficiari saranno i centristi di Ernesto Ruffini e Franco Gabrielli, in campo per il centrosinistra. “Ma io faccio accordi politici”, si schermisce, nobilitando il suo gesto. Ma è un fatto che senza il suo contrassegno nel 2013 i dipietristi non sarebbero stati eletti, nel 2018 imbarcò Emma Bonino e Riccardo Magi di Più Europa, nel 2022 diede un passaggio a Di Maio, anche se alla fine Tabacci risultò eletto e Di Maio no. E c’è in q…
Bruno Tabacci, che ha appena compiuto 80 anni, percorre con rapida agilità il Transatlantico, il corridoio dei passi perduti di Montecitorio. Conosce il palazzo come le sue tasche. È deputato dal 1992, alcuni parlamentari non erano manco nati. Ogni tanto qualcuno lo ferma, gli chiede un consiglio, e allora si appartano sui divanetti, persi in fitti conciliaboli. Possiede un bene inestimabile: la proprietà di un simbolo presentato alle precedenti elezioni, quello del Centro democratico. E anche al prossimo voto lo presterà a chi ne avrà bisogno. Stavolta i beneficiari saranno i centristi di Ernesto Ruffini e Franco Gabrielli, in campo per il centrosinistra. “Ma io faccio accordi politici”, si schermisce, nobilitando il suo gesto. Ma è un fatto che senza il suo contrassegno nel 2013 i dipietristi non sarebbero stati eletti, nel 2018 imbarcò Emma Bonino e Riccardo Magi di Più Europa, nel 2022 diede un passaggio a Di Maio, anche se alla fine Tabacci risultò eletto e Di Maio no. E c’è in questa sua generosità anche un certo calcolo, una precisa convenienza, nel senso che alla fine i conti devono tornare per lui ovviamente, che i voti li ha sempre avuti.
Manca in realtà, alla luce della nuova diabolica legge elettorale, un altro passaggio per perfezionare l’offerta: serve una componente di tre deputati già presente alle Camere. Grazie a questo minigruppo Ruffini e Gabrielli dovranno raccogliere soltanto 1500 firme per circoscrizione, invece che seimila. Quindi Tabacci deve trovare altri due deputati che si aggregheranno a lui per fare componente. “Li troveremo” taglia corto. Forse li ha già trovati.
Come si cercano i voti lo sa da sempre. “Quando cominciai a fare politica, nella Dc, al mio paese, Quistello, c’erano più comunisti che democristiani, ma io a 23 anni ero già vicesindaco. Facevo 250 serate all’anno nelle sezioni: nel Mantovano c’erano centoventi sezioni dc, io le visitavo due volte all’anno, ascoltavo, prendevo appunti, c’erano contadini intelligentissimi che ti davano il polso della situazione. Ogni sezione aveva un referente di mia fiducia. Finiva sempre a pane e salame”. Il suo maestro è stato Giovanni Marcora, grande figura del solidarismo cattolico. “Il mio scopritore”, dice Tabacci. In che senso? “Io ero abbonato a una rivista, Politica, diretta da Pistelli, il padre di Lapo, che si stampava a Firenze. Marcora, che la finanziava, si fece dare gli elenchi degli abbonati. Nella mia provincia eravamo solo in tre, uno che la leggeva doveva essere per forza un malato di politica. Così mi fece chiamare, volle conoscermi. Mi ha preso sotto la sua ala. Anni dopo andai con lui a Roma, al ministero. La mattina lo raggiungevo nella sua casa in piazza Navona per fargli un po’ di rassegna stampa, e insieme raggiungevamo la Camera. In macchina mi faceva segno di fare silenzio, perché doveva dire le orazioni. “Ma il lunedì sera, quando convoco i preti, la linea gliela do io”, diceva.
Tabacci è un figlio del boom. Andò all’università – economia a Parma, sede in via Kennedy: una strada profetica – grazie al presalario, e anche perché “il frutteto del nostro campo quell’anno aveva dato buoni frutti”. Figlio di due contadini, è il primo che ha studiato. “Mia madre mi fece fare ragioneria, perché con quegli studi il lavoro era assicurato. Mi diplomai nel 1965, vinsi due concorsi, alle Poste e alla Banca commerciale, ma preferii proseguire. In quell’Italia l’ascensore sociale funzionava ancora. Ma la scuola era selettiva. Dopo le elementari bisognava sostenere un esame per accedere alle medie, che allora si divaricavano tra ginnasio e avviamento. Dei 22 in classe, solo in due finimmo al ginnasio, dieci andarono all’avviamento, gli altri dieci direttamente a lavorare nei campi. Il maestro che mi preparò agli esami, Zaniboni, poi me lo sono ritrovato assessore, quando ho fatto il vicesindaco”.
Siamo seduti su un divanetto anche noi adesso. Tabacci ogni tanto controlla il cellulare. È magro come un’acciuga. Ciclista accanito, macina diecimila chilometri all’anno, si allena pure a casa su una professionale Tecnogym Ride. “Oggi ho fatto trenta chilometri, sto dentro un’app di ciclisti, e sono il primo degli italiani. A riposo il battito mi scende a 41, tre in più di Coppi”.
Sostiene Ruffini per piena convinzione. Ma anche per un fatto sentimentale. “Conoscevo il papà, Attilio, e lo zio, il cardinale di Palermo, Ernesto, la loro famiglia è di San Benedetto Po, vicino al mio paese. Ruffini ha grandi qualità”, giura Tabacci. È vero che ha litigato con Alessandro Onorato? “Ma no. Solo che Onorato ha un po’ l’aria del rottamatore, e poi a lui già lo aiuta Conte. Ero a Campobasso, al convegno socialista, quando Conte ha promosso Onorato come unica novità. Bisognerà fare una lista con tutti dentro, se si vuole superare la soglia del tre per cento: Magi, Maraio, Tabacci, Ruffini”. E Renzi? “Renzi dice che metà lista sarà Italia Viva, l’altra metà di riformisti. Ha già deciso tutto”. A Tabacci non piacciono né Conte né Schlein, ma non per questo non sarà leale il suo sostegno al centrosinistra. Negli ultimi anni è stato soprattutto draghiano: con Mario Draghi si conobbero quando entrambi lavoravano per l’allora ministro dell’economia Giovanni Goria.
Lui giura che non si candiderà, “questo Parlamento ispira ormai solo il 5 per cento delle leggi, il resto è tutto farina del governo”. Ma nessuno gli crede. Tabacci ebbe una certa celebrità quando si candidò alle primarie del 2012, grazie ai Marxisti per Tabacci. “Pensavano di prendermi in giro, invece furono catturati”. Nessuno ricorda quelle primarie, ma nessuno ha dimenticato i Marxisti per Tabacci.
Con Tabacci, che ha pure governato la Lombardia, si potrebbe parlare per ore. È una miniera di aneddoti. Racconta che Fanfani si presentava alla direzione del partito con un mucchio di appunti, a cui aveva lavorato per giorni e giorni, “mica come oggi”. Di Aldo Moro invece ha questo ricordo: “Era il 16 agosto 1977, e lui ci aveva convocati nella sua casa di Bellamonte, in Trentino, eravamo dieci giovani di belle speranze, voleva conoscerci, quel giorno però il nazista Kappler fuggì dal Celio, uno scandalo enorme, ma Moro rimase lì con noi, per tutto il pomeriggio, mantenendo fede a quell’impegno preso”.
E adesso? Se porta in Parlamento il movimento di Ruffini non è un mezzo miracolo? “Eh sì - risponde compiaciuto Tabacci – sarebbe un vero miracolo”, risponde congedandosi. Un po’ lo dice scherzosamente, in realtà lui ci crede. I Marxisti per Tabacci sono avvisati.