Meloni e il grande referendum per dare agli italiani un giudice terzo: Palazzo Chigi
di Stefano CappelliniQuesto è il numero di venerdì 20 febbraio 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Ieri sera, a un certo punto dell’intervista rilasciata a Skytg24, Giorgia Meloni ha detto di condividere le parole di Sergio Mattarella sulla necessità del rispetto tra istituzioni. Ha aggiunto però che “c’è chi cerca di portare la lotta nel fango”. È seguito un lampo di sconcerto nella mente di molte persone all’ascolto, quel genere di sequenza neuronale che si consuma in decimi di secondo – l’ha detto davvero? È una autoparodia? È il Male, Cuore, Charlie Hebdo? – e si chiude stampando sul volto di chi ascolta l’espressione del coma intellettuale più profondo.
Ventiquattro ore prima di deplorare “chi cerca di portare la lotta nel fango”, Meloni aveva diffuso un video per commentare la vicenda di un algerino risarcito con 700 euro per un ingiusto trasferimento nel famigerato centro migranti in Albania. Da quando ha prevalso su Ferrag…
Questo è il numero di venerdì 20 febbraio 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Ieri sera, a un certo punto dell’intervista rilasciata a Skytg24, Giorgia Meloni ha detto di condividere le parole di Sergio Mattarella sulla necessità del rispetto tra istituzioni. Ha aggiunto però che “c’è chi cerca di portare la lotta nel fango”. È seguito un lampo di sconcerto nella mente di molte persone all’ascolto, quel genere di sequenza neuronale che si consuma in decimi di secondo – l’ha detto davvero? È una autoparodia? È il Male, Cuore, Charlie Hebdo? – e si chiude stampando sul volto di chi ascolta l’espressione del coma intellettuale più profondo.
Ventiquattro ore prima di deplorare “chi cerca di portare la lotta nel fango”, Meloni aveva diffuso un video per commentare la vicenda di un algerino risarcito con 700 euro per un ingiusto trasferimento nel famigerato centro migranti in Albania. Da quando ha prevalso su Ferragni come principale influencer donna del Paese, Meloni usa questo strumento – già di per sé improprio per un presidente del Consiglio – con ancora meno cautele.
Il video sull’algerino è stato realizzato per screditare i magistrati che si erano occupati del suo caso. Per trascinare la lotta nel fango, appunto. Mica il primo esempio di sentenze usate in questa direzione, e certamente non l’ultimo. Anche perché appena poche ore dopo l’algerino Meloni si è esercitata, stavolta senza video, anche sulla sentenza su Sea Watch e Carola Rackete. In Rete girano da un giorno le card di Fratelli d'Italia con Rackete che conta i bigliettoni di euro e la scritta “vota Sì”. Le card sono questa forma di propaganda digitale creata su misura delle capacità cognitive medie degli elettori contemporanei, un po’ come recitava quella battuta di Daniele Luttazzi, speriamo almeno questa non copiata, con lo speaker che apre il tg e dice: “Questo telegiornale andrà in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità”.
Ma dicevamo dell’algerino: è verissimo che ha sul groppone 23 condanne, e certamente non è un bravo cittadino, e sicuramente nessuno ne piangerà l’espulsione il giorno che il Viminale dovesse riuscire a farne una, ma il magistrato che ha emesso la sentenza a suo favore non ha fatto nulla di ciò di cui lo accusa la presidente del Consiglio. Non ha sentenziato che non può essere trattenuto in Albania (e Meloni invece l’ha sostenuto, dicendo il falso), non ha sentenziato che non può essere espulso (e Meloni invece l’ha sostenuto, dicendo il falso), non ha sentenziato che non può essere trattenuto in un Cpr (e Meloni invece l’ha sostenuto, dicendo il falso). Il giudice ha detto solo che quell’uomo è stato trasferito in modo improprio e lesivo della dignità umana perché lo hanno prelevato dal cpr di Gradisca d’Isonzo, dove si trovava in attesa di rimpatrio, e lo hanno portato in Albania a sua insaputa, anzi comunicandogli che sarebbe stato trasferito a Brindisi. Non è andata, come sostiene Meloni, che i giudici hanno sanzionato lo Stato per aver fatto rispettare le regole. È andata che i magistrati hanno ricordato allo Stato che le regole si seguono anche per i delinquenti. Il che rappresenta un cardine dello Stato di diritto, a sapere di cosa parliamo. Un concetto difficile da far passare in un partito come Fratelli d’Italia, che è da sempre una delle più grandi centrali giustizialiste d’Italia.
Il modello di giustizia di Meloni è quello immortalato in altro video celebre, lei sotto il cartello stradale del comune di Bibbiano, mentre spiega che loro, i Fratelli, sono stati i primi ad arrivare e sarebbero stati gli ultimi ad andarsene. Il modello di giustizia di Meloni è la catena di militanti del Fronte del gioventù, organizzazione giovanile del vecchio Movimento sociale, che durante Mani pulite si radunano davanti Montecitorio indossando tutti la maglietta: “Arrendetevi, siete circondati!”. Il modello di giustizia di Meloni è lei che suggerisce ai magistrati italiani (anche svizzeri, se occorre) il corretto capo di imputazione, il che rappresenta l’idea di terzietà del giudice nei manuali di giurisprudenza di Colle Oppio: la presidenza del Consiglio che dirime le controversie tra pubblica accusa e difesa (quest'ultima presente solo se proprio necessario).
Tra un mese si vota per il referendum sulla giustizia. Ho pensato con un certo imbarazzo a quel nutrito fronte di Sinistra per il Sì, tutte persone rispettabili, detto senza alcuna ironia (personalmente sono sempre stato favorevole alla separazione delle carriere). Agli esponenti della sinistra per il Sì invidio la cinefilia: serve una grandissima predisposizione alla sospensione dell’incredulità per convincersi che votare a favore di una riforma guidata da un governo che ha idee simili sulla giustizia sia un passo verso un’Italia più liberale e garantista.