Questo è il numero di venerdì 20 marzo 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Di ragioni per votare No al referendum ce ne sono alcune così valide che, a volerne scegliere anche solo un paio, si potrebbe procedere per sorteggio, come piace a Nordio, ne uscirebbe comunque una buona. Non le sorteggeremo. Partiamo dal concetto di giustizia di Giorgia Meloni. Dice: che c’entra con il merito del quesito? Domanda singolare, ma ci arriviamo.
Qualche anno fa l’ex campionessa di canoa Josefa Idem diventa ministra del governo Letta. Viene fuori che ha pasticciato con l’Imu di una casa-palestra nel ravennate. Una cosa che alla fine si è conclusa con il pagamento di 3mila euro a saldo del dovuto. Prima che Idem si dimetta, Meloni allora all’opposizione interviene così sul caso: “Le dimissioni di Idem sarebbero un gesto importante e significativo, nonché un forte segnale di rispetto verso le istituzioni e quello che rappr…
Questo è il numero di venerdì 20 marzo 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Di ragioni per votare No al referendum ce ne sono alcune così valide che, a volerne scegliere anche solo un paio, si potrebbe procedere per sorteggio, come piace a Nordio, ne uscirebbe comunque una buona. Non le sorteggeremo. Partiamo dal concetto di giustizia di Giorgia Meloni. Dice: che c’entra con il merito del quesito? Domanda singolare, ma ci arriviamo.
Qualche anno fa l’ex campionessa di canoa Josefa Idem diventa ministra del governo Letta. Viene fuori che ha pasticciato con l’Imu di una casa-palestra nel ravennate. Una cosa che alla fine si è conclusa con il pagamento di 3mila euro a saldo del dovuto. Prima che Idem si dimetta, Meloni allora all’opposizione interviene così sul caso: “Le dimissioni di Idem sarebbero un gesto importante e significativo, nonché un forte segnale di rispetto verso le istituzioni e quello che rappresentano. Viviamo in un tempo nel quale la politica, per recuperare la fiducia dei cittadini, deve stare un passo avanti alla società e dare il buon esempio. Sono certa della buona fede della Idem e nessuno l’ha mai messa in dubbio, ma un atto di responsabilità dopo quanto è accaduto è auspicabile”. È noto da tempo, grazie a una celebre rima baciata di De André, quale legame vi sia tra i buoni consigli e il cattivo esempio.
Meloni ha da poco scoperto che il suo sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro era in affari con la figlia diciottenne di un mafioso organico al clan Senese, in pratica la camorra trapiantata a Roma (giusto per inquadrare il personaggio Delmastro: quando era assessore a Biella, dai banchi dell’opposizione qualcuno gli urlò: “Fascista!”. Lui replicò: “Adulatore”). Si scopre che Delmastro ha frettolosamente provato a cedere le quote del ristorante dopo l’ultima condanna al malvivente (quote che nel frattempo non aveva dichiarato al Parlamento) e ha spiegato che non sapeva nulla dei problemi giudiziari dell’uomo. Lui, del resto, fa il sottosegretario alla Giustizia, con quale faccia pretendete che conosca le sentenze? Spunta anche una foto sui social, Delmastro e il mafioso abbracciati e sorridenti. Meloni, che a Idem chiedeva un passo indietro per buon esempio, per la fiducia dei cittadini, per il rispetto verso le istituzioni, perché la buona fede non conta, ha commentato così: “Delmastro è stato poco accorto ma resta al suo posto”. Che significherà “poco accorto”? Che sta al governo di un Paese del G7 ma se gli si presenta Felice Maniero a proporgli un business forse non se ne accorge perché lui è di Biella mica veneto? Che non si è chiesto come mai stesse aprendo una società con una ragazza che fino a dieci giorni prima non poteva nemmeno prendere la patente? Forse ora arriverà il ministro competente Adolfo Urso a spiegarci che, niente paura, Delmastro è un incubatore di start up per teenager. Delmastro, dunque, resta al suo posto. Come Santanché, la ministra che nelle sue aziende non pagava le liquidazioni ai dipendenti e usava i fondi Covid fuori dalle regole, e non serve una sentenza per dirlo, sono fatti. Pensate se fosse successo a un imprenditore eletto con la sinistra, a quali livelli di decibel populisti sarebbe arrivata la retorica vittimista di Meloni. Delmastro resta al suo posto come Delmastro medesimo, che passava informazioni riservate del governo al collega Donzelli affinché le usasse in aula contro l’opposizione. Quand’anche un giudice stabilisse che in ciò non ha commesso reato – per ora Delmastro ha una condanna in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio - come la mettiamo con quelle ciance meloniane sul buon esempio?
Spesso capita nei dibattiti sul referendum che i sostenitori del Sì nella destra usino le statistiche sulle ingiuste detenzioni a supporto della loro campagna. Mi piacerebbe leggere una statistica parallela, cioè sapere su quante di quelle ingiuste detenzioni c’è la dichiarazione di un politico di destra che al momento dell’arresto dice più o meno: buttate la chiave. Livello di accortezza: caso Cinturrino. Vogliamo parlare di Bibbiano? Meloni sotto il cartello del paese che dice “da qui non ce ne andiamo!”. Alla fine, un giudice ha assolto gli imputati che Meloni aveva già dato per colpevoli. Chi li risarcisce, presidente Meloni, delle frescacce che lei, Di Maio, Di Battista e altri avete loro scaricato addosso? Servirebbe un’Alta corte disciplinare per i politici, ma anche no, basterebbe coscienza e un minimo di onestà intellettuale, un briciolo, una scorza da Spritz.
Accettare il dono di una riforma “garantista” da un governo composto dai peggiori giustizialisti della nazione non è una ingenuità, è un crimine politico. Non c’è nulla di male a separare le carriere dei magistrati, a patto che non sia solo un pretestuoso modo per imporre un modello in cui alle intemperanze di qualche pm si sostituiscono quelle dell’esecutivo. Non mi sono mai piaciuti i pm che esondano, tipo i Di Pietro che andavano in diretta tv a inibire il legislatore e usavano la carcerazione preventiva come Kleenex in tempo di raffreddore (Di Pietro è un testimonial del Sì e ora gira in tv che pare Calamandrei, no, non pare, ma vabbè…), ma ancora meno i presidenti del Consiglio che pretendono di decidere i capi di imputazione nei casi di cronaca o che si arrogano la pretesa di riscrivere le sentenze sul criterio del consenso popolare e non dello Stato di diritto.
Perché un sincero garantista debba votare No al referendum lo ha spiegato benissimo Francesco Cundari su Linkiesta, e cito lui perché non si potrebbe dirlo meglio: “Voterò No perché non mi fido di riformatori garantisti con gli amici e giustizialisti con i nemici, che invocano la presunzione di innocenza per i ministri e i processi di piazza per gli attivisti delle ong. Sono convinto da decenni che in Italia si debba trovare il modo di limitare lo strapotere della magistratura, ma se la soluzione è il modello ungherese, cioè la cosiddetta democrazia illiberale, preferisco di gran lunga tenermi il pessimo equilibrio dei poteri attuale. Voterò No anche per salvare l’onore dei garantisti e dunque la possibilità di una futura riforma su cui non gravino le evidenti tentazioni illiberali di simili promotori”. Dice: e allora quelli di sinistra che votano Sì? Sai che bel Paese garantista e liberale e rispettoso delle istituzioni e della separazione dei poteri se vincerà il Sì, lanciando Meloni verso la riconferma al governo e La Russa o chi per lui al Quirinale. Un'Italia sicura di evitare altri errori giudiziari: mai più un Pucci fuori dal cast di Sanremo.