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“Negativa”: un fumetto da paura

Un’ombra perseguita una modella lasciandosi dietro una scia di sangue. In bianco e nero. Questo l’ultimo graphic novel di Alessandro Baronciani: “Volevo ricordasse Dario Argento”

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L’oscurità pervade le pagine di Negativa e non solo perché sono in bianco e nero. Nell’ultimo fumetto di Alessandro Baronciani, milanese di Pesaro, classe 1974, una forza priva di volto si nasconde nei cunicoli della metropolitana e in fondo ai corridoi bui delle case. Compie atroci omicidi e qualcosa la lega agli occhi di Stella, giovane modella, della quale diventa angelo custode e carnefice. È un’ombra senza proprietario: una fotografia di cui si è perduto il negativo.

Baronciani, già autore di graphic novel quali Quando tutto diventò blu e Le ragazze nello studio di Munari, disegna un horror psicologico, edito da Bao, che ben si discosta da quell’insieme di racconti in una scatola che era il suo precedente lavoro, Come svanire completamente. C’è sempre un sapore agrodolce di solitudine e nostalgia nelle sue tavole, ma stavolta si accosta un’angoscia più grande. Le pagine sono attraversate da un senso di urgenza, da un’elegante frenesia. I confini delle vignette si espandono a dismisura; si ammorbidiscono e poi si spezzano; il grigio separa il bianco dal nero. “Non so quanto Negativa si allontani dagli altri miei lavori”, racconta Baronciani. “Inizio sempre più progetti contemporaneamente, come con i libri: prendo a leggerne due o tre e poi lascio per strada quello che mi piace di meno. Negativa era prepotente rispetto alle altre idee: una storia dell’orrore che parlava di fotografia”.

L'estetica ricorda lo storyboard di un film.
“Ho provato a disegnare Negativa come uno schermo del cinema con dei tagli sopra. Ho preso dai manga il modo di progettare la pagina. Doveva ricordare gli anni Settanta, ma con i cellulari; il tutto in bianco e nero. Così gli opposti, chiaro e scuro, buono e cattivo, positivo e negativo che impregnano la storia sarebbero diventati più efficaci. Avevo in mente Dylan Dog e poi Dario Argento e il cinema prima della CGI, quando gli effetti speciali erano in analogico. All’epoca c’era un altro modo di confrontarsi con la realtà, specialmente negli horror; oggi facciamo fatica a credere nel magico”.


“Dev’essere buio su questo bianco”, si legge.
“È la voce narrante. È la prima volta che inserisco le didascalie nelle mie storie: permettono di guidare l’attenzione del lettore. Stella, la fotomodella protagonista, si trova nel bel mezzo di eventi che la cambieranno per sempre; la voce fuori campo alle volte sembra parlare direttamente con lei, altre con il lettore, che vive con Stella il progredire di demoni e contraddizioni fino a farli propri. La frase che citi, nel fumetto, è ripresa dal momento in cui il personaggio ragiona su se stesso. Stella si chiede: perché le chiamano foto in bianco e nero se hanno tutti questi grigi? E se ci pensi, solo i fumetti sono stati sempre, davvero, bianchi e neri”.

I tuoi lavori sono spesso sperimentali.
“In Come svanire completamente scrivevo e disegnavo brevi haiku. Saltavo i collegamenti tra scena e scena e portavo direttamente i miei personaggi dove volevo che fossero (in Come svanire le storie sono separate e sparse tra loro in una scatola, ndr), perché i collegamenti non sono poetici. Così, invece, potevo raccontare soltanto il momento che mi interessava: il ricordo più forte di una relazione; non per forza il più bello, ma quello più importante”.

Le sue protagoniste sono spesso donne. Riesce a comprenderle così bene?
“Una volta sono stato ad uno spettacolo di nuoto sincronizzato. Mi affascina vedere come le nuotatrici riescano a immergersi, rimanere in apnea così a lungo, alzare le gambe e galleggiare così bene dove non si tocca. Hanno un trucco speciale molto pesante per resistere all’acqua e hanno i capelli raccolti in chignon. Io ho paura dell’acqua. O meglio, mi piace nuotare ma nei fondali bassi. Nell’acqua alta ci voglio restare il meno possibile. Loro invece sfilano a bordo piscina sotto gli applausi della folla. Sembrano venute dallo spazio in visita sul nostro pianeta, con la gente della Terra che le guarda dalle tribune. Ecco, questo per me è il mondo femminile. Qualcosa da un altro pianeta, che fa una cosa che mi affascina tantissimo, nell’acqua che spesso mi fa paura. Non so se vuol dire che riesco a comprenderle. Non so neanche se ho risposto alla sua domanda”.

Come vorrebbe che si leggesse “Negativa”?
“Chi l’ha letto mi ha detto che fa paura e mette ansia. E questo è bello. Come in tutti i fumetti, ti viene voglia di leggerlo velocemente, ma l’ho pensato in modo tale che ci vogliano due letture per poter dire davvero di averlo finito. Si potrebbero ascoltare di sottofondo i Dead Can Dance o i Giardini di Mirò. Io l’ho fatto mentre disegnavo”.

C’è anche un fotografo in “Negativa”. È lui a introdurre gran parte delle riflessioni sulla fotografia.
“Il mio primo vero impiego retribuito è stato fare il fotografo. Erano le cento ore che il comune pagava agli studenti delle medie per l’inserimento nel mondo del lavoro. Avevo fatto domanda per andare a lavorare in uno studio fotografico. Fu un’estate incredibile. Imparai a sviluppare, scattare foto, capire le differenze tra gli obiettivi. Mi ricordo che alla fine dell’apprendistato volevano tenermi e mettermi in regola. Non avevo neanche quattordici anni. Ma io volevo fare fumetti! A settembre cominciai la Scuola del libro di Urbino (liceo artistico, ndr). Non sapevo che fosse a un’ora di macchina da casa. Il primo giorno la strada non finiva mai. Guardai mia madre e le dissi: forse era meglio se rimanevo a fare il fotografo. Ma il fotografo avrebbe fatto una brutta fine”.