Robinson

Francesco De Gregori, viva l'Italia che resiste

Sul numero di Robinson in edicola da sabato 26 settembre l'intervista al cantautore: l’importanza di conoscere il nostro passato, il rischio fake news e negazionismo, il valore della cultura, della musica e della memoria

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"Si potrebbe fare una storia d'Italia solo passando attraverso le canzoni". E invece non si fa. Non solo: "Chi fa il mio mestiere viene guardato in cagnesco dalla cultura ufficiale". L'accusa è tanto più pesante in quanto viene rivolta da uno dei più blasonati artisti italiani, tanto che per la raffinatezza delle sue canzoni e la complessità del suo linguaggio viene chiamato 'il Principe'.

Il nuovo numero di Robinson che trovate domani in edicola parte da qui: dal racconto della storia italiana attraverso le canzoni di Francesco De Gregori. Il pretesto è l'uscita di un volume a lui dedicato che, in oltre 700 pagine raccoglie tutti i testi dei suoi brani raccontando da dove sono nati (Francesco De Gregori - I testi, a cura di Enrico Deregibus, in uscita il 30 settembre).

Ci vorrebbe più consapevolelezza dell'importanza della musica per la cultura e l'economia dell'Italia, un settore oggi messo a dura prova dal Covid-19. Ecco perché le parole di De Gregori assumono un particolare significato: "Nonostante l'esistenza di gente come Gino Paoli, Fabrizio De André, Vasco Rossi e Paolo Conte solo per citarne alcuni", dice infatti l'artista, "i rapporti tra musica e cultura sono pessimi". In Italia del resto si fa ancora oggi fatica a considerare la musica un mestiere, basti pensare alla fatidica domanda che prima o poi tutti quelli che lavorano in questo campo si sono sentiti rivolgere: "E tu cosa fai?", "Il musicista", "Sì, ma di lavoro?".

Eppure ci sono musicisti che riempiono gli stadi, Sanremo è un'istituzione nazionale e nazionalpopolare, una parola questa - lo ricordiamo - utilizzata da Antonio Gramsci per indicare opere letterarie o artistiche capaci di coinvolgere tutto il popolo e contribuire alla presa di coscienza della sua identità. Un termine che ha assunto un significato spregiativo immotivato, perché nazionalpopolari sono sicuramente brani come Viva l'Italia o La storia per restare a De Gregori, ma anche Bella ciao (una canzone che è addirittura diventata un fenomeno mondiale grazie alla serie tv La casa di carta). E nazionalpopolari sono anche Il cielo in una stanza di Gino Paoli, La libertà di Giorgio Gaber, El purtava i scarp del tennis di Enzo Jannacci, tutti brani non solo di grande bellezza, ma che hanno prodotto enormi fatturati creando una vera e propria industria.

L'Italia ce l'ha nel Dna. E basta tornare indietro di qualche anno, all'era della protesta per rendersi conto che persino i temi della politica avevano un immenso successo con canzoni come C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones di Franco Migliacci, interpretata da Gianni Morandi nel 1966, o Auschwitz e Dio è morto di Francesco Guccini interpretate rispettivamente da l'Equipe 84 e da I Nomadi nel 1967, diventate colonna sonora di una intera generazione.

E che dire di Edoardo Bennato con il suo Burattino senza fili che nel 1977 vende un milione di copie? O Sono solo canzonette che già nel titolo anticipa il tema secondo il quale la musica viene un momento sottovalutata e quello successivo caricata di aspettative quasi messianiche, mentre l'artista diventa una sorta di guru? Da qui la reazione di Bennato che, come De Gregori oggi, si arrabbia e sdrammatizza ridimensionando la cosa: "Ma che politica, che cultura/ sono solo canzonette/ non mettetemi alle strette".

In realtà i cantautori facevano cultura. Eccome. C'era Fabrizio De André con La guerra di Piero, Bocca di rosa, Via del Campo, La città vecchia. E ancora il Guccini de La locomotiva o de L'avvelenata. O il Roberto Vecchioni di Samarcanda e di Stranamore, il Venditti di Lilly (una canzone che parlava dell'eroina) ma anche di Bomba o non bomba (una celebrazione della libertà 'on the road'). E poi c'erano il Pierangelo Bertoli di Eppure soffia e A muso duro, il Finardi di Musica ribelle e de La radio.

Non fanno hit ma fanno cultura e restano nella storia anche gli artisti più militanti come Claudio Lolli con la poesia dolente di Aspettando Godot, i ribelli come Rino Gaetano con Mio fratello è figlio unico e Sfiorivano le viole. E naturalmente Vasco Rossi, che da Colpa d'Alfredo ad Albachiara, da Siamo solo noi a Vita spericolata, racconta un'Italia che lotta contro il perbenismo diventando un fenomeno di massa. E, tra le donne, Gianna Nannini che non canta solo l'America ma l'orgasmo, Giovanna Marini, interprete straordinaria della canzone folk italiana e con lei anche Caterina Bueno e la siciliana Rosa Balistreri, tanto amata e ripresa da Carmen Consoli.

E ancora la ricerca tra folk, antropologia e puro, stralunato genio di Vinicio Capossela. E la versione made in Italy del punk con i CCCP - Fedeli alla Linea, la nuova scena rock con gli Afterhours di Manuel Agnelli, i Marlene Kuntz di Cristiano Godano, i Subsonica, i Negrita, i Verdena, i Ministri, mille altri. La nuova generazione di cantautori da Motta a Calcutta, I Cani, Galeffi, Colapesce e Dimartino, Gazzelle: impossibile nominarli tutti, così come impossibile è citare tutti i nuovi artisti della scena rap che dominano le classifiche da Caparezza a Fabri Fibra a Coez.

Fino al fenomeno più recente, la 'trap' che, pur nel suo delirio, restituisce uno spaccato di questi tempi da Sfera Ebbasta a Ghali, dalla Dark Polo Gang a FSK Satellite a Massimo Pericolo. Tutti oggi accomunati dalla difficoltà del momento, ovvero all'impossibiltà di fare concerti che per molti - i più piccoli, gli emergenti, i tecnici - vuol dire non arrivare a fine mese. Non è un caso che il settore si sia mobilitato recentemente a Bologna con un concerto-spettacolo, presentato da Stefano Massini per sensibilizzare l'opinione pubblica, a cui seguiranno altre iniziative.

Un tema a cui De Gregori è molto sensibile: "Mi ha molto colpito il fatto che il ministro Dario Franceschini, che giustamente va ad inaugurare la Mostra del Cinema di Venezia, non abbia sentito il bisogno di mandare una parola di saluto al mondo della musica che a settembre, con un enorme sforzo, ha provato a ripartire con due grandi eventi come i Music Awards e Heroes. La canzone è a tutti gli effetti letteratura: può essere buona o pessima, come un film o un libro. Ma come dice Bob Dylan: "L'uomo malato in cerca di cura... cerca nell'arte e nella letteratura la sua dignità". Francesco De Gregori è ancora una nave pirata.
Per fortuna.
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