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È un lavoro per Superman

Immagine tratta da Action Comics #1000 di Jason Fabok, Panini Comics 2018

 

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Nella finzione, Joker e il Pinguino hanno più successo di Batman. Ma la realtà oggi supera la fantasia. A partire dalla Casa Bianca. La storia non finisce. Ricomincia e sembra un fumetto nero. Per questo adesso abbiamo bisogno di supereroi. In carne e ossa
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«We don’t need another super-hero», non abbiamo bisogno di un altro supereroe, canterebbe oggi Tina Turner. Ma è davvero così? Lei è morta e i supereroi non stanno tanto bene. Che cosa è accaduto? Una figura creata per arrivare invariabilmente alla vittoria finale è stata sconfitta? E se sì, da chi o da che cosa? Oppure la storia è diversa e l’abbiamo semplicemente fraintesa?

Ripartiamo dall’inizio, quello del millennio che stiamo vivendo da 25 anni. È esattamente da lì che la realtà è diventata ipercinematografica e, di conseguenza, anticinematografica. Dall’11 settembre 2001 non la puoi sorpassare, soltanto inseguire. Al contempo la fantasia è arretrata (o discesa) nel reale. I supereroi erano distanti, irraggiungibili. Non più. Pensate alla serie televisiva The Boys, in cui un…

«We don’t need another super-hero», non abbiamo bisogno di un altro supereroe, canterebbe oggi Tina Turner. Ma è davvero così? Lei è morta e i supereroi non stanno tanto bene. Che cosa è accaduto? Una figura creata per arrivare invariabilmente alla vittoria finale è stata sconfitta? E se sì, da chi o da che cosa? Oppure la storia è diversa e l’abbiamo semplicemente fraintesa?

Ripartiamo dall’inizio, quello del millennio che stiamo vivendo da 25 anni. È esattamente da lì che la realtà è diventata ipercinematografica e, di conseguenza, anticinematografica. Dall’11 settembre 2001 non la puoi sorpassare, soltanto inseguire. Al contempo la fantasia è arretrata (o discesa) nel reale. I supereroi erano distanti, irraggiungibili. Non più. Pensate alla serie televisiva The Boys, in cui un gruppo di supereroi abusa dei propri superpoteri e si mette al servizio di una multinazionale che ne maschera i vizi, impegnandoli in operazioni di marketing, più che di salvataggio. O al cartone animato/commedia The Incredibles in cui, come collaboratori di giustizia, i membri di una famiglia di supereroi, dopo aver combinato una serie di guai ed essere diventati invisi alla popolazione, entrano in un programma di trasferimento e vanno a vivere un’esistenza comune e soddisfacente. Era il 2004, anno-crinale del superuniverso perché a giugno uscì il secondo film della saga dell’Uomo Ragno.

All’inizio il ragazzo dalla doppia identità faceva il fattorino per la consegna a domicilio delle pizze. Il suo negozio aveva una promozione speciale: «Se non ricevete entro 30 minuti dall’ordinazione non pagate». Lui si aggirava con il motorino, il casco e la pila di pizze per i canyon di Manhattan, quando la missione si faceva impossibile ricorreva ai superpoteri, ma finiva per sgarrare di un minuto e, al rientro, il padrone lo licenziava. Il suo nome era Aziz, arabo. All’uomo che si nascondeva dietro il Ragno non restava che abbassare la testa di fronte alla crudeltà e tornarsene a casa, una stamberga in affitto. Qui lo aspettava al varco il proprietario che viveva nell’appartamento a fianco. L’uomo sbraitava, pretendeva gli arretrati (chiaramente in nero), minacciava lo sfratto. Era uno slavo.

Per citare un altro, non super, eroe dei fumetti, Dylan Dog: «I mostri veri sono quelli che incontri nella vita quotidiana, impiegati scortesi, insegnanti sadici, mariti frustrati e violenti». Lo scontro autentico avviene a quel livello: è lì che l’umanità sceglie di essere umana non solo nominalmente. Il momento in cui l’Uomo Ragno incontra questi mostri, per quanto caricaturali, è delicato. La crisi di coscienza lo tormenta, non vuole più portare il costume del supereroe perché lo sente come un fardello. Il subconscio mina la trasformazione in altro da sé che lo aveva reso leggero, giusto e implacabile. Il peso della predestinazione lo schiaccia e lo ancora a terra. A comportarsi peggio di chiunque sono gli sfruttati di ieri. Appena hanno avuto i soldi per avviare la loro piccola impresa hanno applicato la lezione degli sfruttatori con la stessa insensibilità. C’è un attimo di indecisione negli occhi del signor Aziz, poi prevale il comandamento dei comandamenti “business is business”. Non è una sceneggiatura scritta per caso. Tra i nomi di chi se n’è occupato figura addirittura Michael Chabon, uno dei più celebrati scrittori americani, appassionato di fumetti.

I Marvel comics sono serviti da modello a Washington per la descrizione del nemico. Capitan America ha sempre avuto di fronte un super antagonista da fumetto: il terribile Saddam con il cugino Ali il Chimico e la Dottoressa Morte, chiusi in laboratorio a progettare armi di distruzioni di massa e l’orrendo e orbo mullah Omar che, in una tavola dal disegno particolarmente brillante, vagamente comica dopo tanto terrore, fugge in motocicletta, sparendo in una nuvola di polvere, gettando le premesse per un sequel nel prossimo albo. Mostri, ma veri. E, da un certo punto in poi, non più perdenti o in fuga. La loro presa del potere è sotto gli occhi di tutti. Il padrone arrogante che urla «You’re fired!», sei licenziato, è diventato presidente. E non di un Paese arabo, degli Stati Uniti d’America. Quello che ti sfratta da casa tua lo fa a suon di bombe, lanciate fino a fare tabula rasa: c’è lui dietro la maschera di Vendetta.

Hanno vinto i cattivi, al punto che non soltanto la realtà, anche la fantasia si è arresa al loro dominio. Il film su Joker ha avuto più successo di pubblico e critica di quelli su un superalfiere dei buoni. La serie tv sul Pinguino, idem. Il male appare più affascinante perché più potente. La profetizzata fine della storia come assestamento su una condizione imperfetta ma accettabile non è avvenuta. Il motore si è rimesso in moto a marcia indietro e al prossimo bivio tra lieto fine e apocalisse la freccia azionata è quella che lampeggia a destra in ogni possibile senso. Si respira aria di stanchezza per la complessità, per tutto quel gran pasticcio che è un’odissea sul percorso classico del ritorno dell’eroe. La trama si semplifica: vince il più spietato e gli altri dietro, come topi alle spalle del pifferaio malvagio.

Non c’è più rivincita possibile? Non esiste un sequel che inverta il senso della storia? Capiamoci. Esiste un profondo equivoco sulla natura del supereroe. La chiave è nella genesi, nel momento che lo trasforma. Non dobbiamo guardare il prima e il dopo, ma il quando accade. La metamorfosi che conduce al superpotere avviene attraverso un evento che dovrebbe annichilire. Un incidente di laboratorio, un morbo, una ferale lacuna acquisita. Spostate l’attenzione. Il supereroe non è Usain Bolt che corre i 100 metri alla velocità della luce in una progressione di rapidità che va dall’infanzia alla piena maturità senza soluzione di continuità, una freccia che non incontra ostacoli, soltanto cielo. Supereroe è Martina Caironi, tre medaglie d’oro ai Giochi paralimpici, velocista sulla distanza di Bolt con una protesi al posto della gamba amputata dopo un incidente. È lì che nasce il superpotere, da lì che si misura, non da 0 a 100, ma da —25 a 100. La superumanità sta nella capacità di riscatto, nel rilancio cambiando carte e trasformando il punto da perdente a vincente. L’arcinemico oggi non soltanto detiene il mazzo, ma anche il potere autoconferito di cambiare in corsa le regole del gioco, continuando a dare le carte oltre i turni prestabiliti, variando il valore delle combinazioni in modo che gli sia favorevole. Batterlo è diventata un’impresa limite. E in questo tempo così difficile il più grande dei supereroi, Alex Zanardi, dorme il sonno più lungo, narcotizzato dal più ingiusto dei destini. Questa sua assenza diventa simbolica, ma non è una scomparsa. Bisogna credere all’impossibile, al risveglio delle coscienze, al trasferimento dei poteri da uno a molti, alla sollevazione dei tanti che sono piegati da incidenti di un laboratorio della storia condotto da scienziati sadici. Non abbiamo bisogno di un altro supereroe, ne serve un miliardo.

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