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Salman Rushdie: “La fatwa degli ayatollah e l’accoltellamento, ora faccio i conti con i fantasmi”

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Mentre il regime iraniano che lo condannò a morte è in guerra e quattro anni dopo l’attentato subito lo scrittore torna con una raccolta di racconti sulla vita, la morte e gli spettri. Che, ci dice, in fondo “siamo noi, eterni incompiuti”
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New York.Il numero 250 di 57th Street, Manhattan, grigio di mattoni e pilastri, il Fisk Building ha ospitato generazioni di intellettuali. Qui aveva la redazione la favolosa New York Review of Books di Elizabeth Hardwick, due piani sotto l’ufficio dell’Espresso, con Mauro Calamandrei e Giancesare Flesca, di fronte Elisabeth Hauptmann, la scrittrice innamorata di Brecht, che scrisse L’opera da tre soldi, senza firmarla insieme a lui. Fantasmi del passato. In questa mattina di sole e gelo, lo scrittore Salman Rushdie convoca al Fisk legioni di fantasmi, per parlare del suo ultimo capolavoro, L’undicesima ora, un quintetto di storie, tradotto per Mondadori da Luigi Maria Sponzilli.

Rushdie entra nello studio del leggendario agente Andrew Wylie, sul volto le ferite dell’attentato che lo ridusse in agonia nel 2022, 1…

New York.Il numero 250 di 57th Street, Manhattan, grigio di mattoni e pilastri, il Fisk Building ha ospitato generazioni di intellettuali. Qui aveva la redazione la favolosa New York Review of Books di Elizabeth Hardwick, due piani sotto l’ufficio dell’Espresso, con Mauro Calamandrei e Giancesare Flesca, di fronte Elisabeth Hauptmann, la scrittrice innamorata di Brecht, che scrisse L’opera da tre soldi, senza firmarla insieme a lui. Fantasmi del passato. In questa mattina di sole e gelo, lo scrittore Salman Rushdie convoca al Fisk legioni di fantasmi, per parlare del suo ultimo capolavoro, L’undicesima ora, un quintetto di storie, tradotto per Mondadori da Luigi Maria Sponzilli.

Rushdie entra nello studio del leggendario agente Andrew Wylie, sul volto le ferite dell’attentato che lo ridusse in agonia nel 2022, 15 pugnalate del terrorista Hadi Matar, fedele alla fatwa, maledizione emessa dall’ayatollah Khomeini, in Iran, in odio al romanzo I versi satanici. Non ha scorta e abbraccia Wylie, «siamo insieme dal 1987, il rapporto più lungo della mia vita», sedendo tra i classici volumi dell’agenzia, Borges e Roth, Kundera e Bassani, Amado, Brodsky, Nabokov.

Ha scritto un grande libro di racconti — gli dico subito — su vita, morte e il loro significato, pagine in cui viventi e fantasmi convivono, e sorride: «Mi è venuta in testa la frase “quando si svegliò nella sua buia stanza all’interno del college, l’Honorary Fellow S.M. Arthur si accorse di essere morto, anche se questo in un primo momento non sembrò fare alcuna differenza”. Storia di fantasmi! Mi avevano invitato a scrivere sui miei anni Sessanta da studente a Cambridge. Sesso, droga e rock’n’roll, ma anche il momento in cui l’omosessualità viene legalizzata in Inghilterra e i college ammettono le donne. Così ebbi l’idea di un anziano professore gay che, finalmente, può essere sincero sulla propria sessualità celata. E dell’improbabile amicizia con Rosa, una delle prime docenti assunte, indiana come me. Con la prima frase uccido però Arthur, “Che diavolo fai? — bofonchio — È morto Arthur? E ora?”, poi rifletto “Ok, se deve diventare amico di Rosa, scriverò di fantasmi e del significato di vita e morte”».

S.M. Arthur cerca giustizia e la trova all’undicesima ora, l’estremo, già in spirito, imparando che neppure i fantasmi sono eterni. Nel racconto “La musicista di Kahani” la nevrotica protagonista, una pianista, e la sua famiglia, padre eremita e madre informatica, trionfano su un avido clan di speculatori, nell’India sospesa fra sanscrito e influencer.

«Bello definirla una ricerca di giustizia, altri la considerano vendetta. Già ne I versi satanici, eravamo nel 1988, un’anziana annunciava: “Io so cos’è un fantasma, un affare incompiuto”. Arthur va in giro da spettro, se non ottiene giustizia non ha pace. Gli affari incompiuti animano L’undicesima ora».

Da dove è partito collezionando i cinque testi?

«Quando le mie memorie, raccolte in Coltello, sono apparse in Spagna, mi hanno organizzato una visita privata al Museo del Prado, che magia. Ho proposto di rivedere le quattordici Pitture nere di Goya, Las Meninas di Velázquez, Bosch. Il libro nasce da quel momento felice, ritengo siano le sale più belle al mondo, non dirlo agli Uffizi di Firenze! Dopo aver ammirato Goya, ne ho studiato le vicende e il suo destino prefigura il nostro».

Francisco Goya è vissuto tra XVIII e XIX secolo in Spagna: perché anticipa il XXI secolo?

«Goya è pittore di corte, ritrae gli aristocratici, poi dopo le guerre napoleoniche e le svanite speranze democratiche della Costituzione del 1812, ritornano i conservatori di casa Borbone, con re Ferdinando VII. Goya dissente dalla loro feroce repressione, abbandona Madrid, va in esilio volontario, in collina, fuori città, a Carabanchel, una fattoria detta Quinta del sordo, la Villa del sordo. A sua volta ridotto alla sordità, eremita, Goya dipinge le Pitture nere. È depresso. Medita la rotta della sua esistenza e degli ideali liberali, il trionfo del nemico. Malinconia e sconfitta lo inducono a creare quei capolavori, cupi e infelici. Mi tormentavo: come era per Goya vivere, malato e anziano, fra quelle opere sui muri? Rimuginavo su di noi, tanto insofferenti ai nostri mali. A sorpresa, nella sala di Hieronymus Bosch, mi colpisce un piccolo quadro, un uomo immobilizzato da due strani personaggi e una figura, sembra un prete, che tenta di estrarre, con una pinza metallica, qualcosa dalla fronte del poveretto».

Cosa la conduce dal “cafard”, la melanconia di Goya, alle metamorfosi di Bosch, a “L’undicesima ora”?

«Il titolo del dipinto di Bosch: L’estrazione della pietra della follia, l’idea che la follia sia detrito fisico, lo rimuovi e il paziente non è più folle. Magnifico! Il racconto Oklahoma nasce da quelle emozioni e da una mostra su Franz Kafka, alla Morgan Library di New York. Esponevano quasi tutti i manoscritti, c’erano le pagine originali della Metamorfosi e di Nella colonia penale. Al centro, il manoscritto del primo romanzo, rimasto incompiuto, a cui poi l’amico Max Brod diede il titolo postumo America. Kafka conosceva gli Stati Uniti solo dalle riviste di viaggi e confida a Brod di desiderare che il protagonista Karl Rossman, sedicenne immigrato, ottenga qualcosa di buono e bello in America. Lo indirizza dunque a una missione misteriosa che nessuno saprà cosa prevedeva, perché Kafka smette di scriverla. Karl non arriva alla meta, resta sul treno. Il titolo, per Kafka, doveva essere L’uomo che scomparve. Mi sono detto: “Lo uso io per una storia con due uomini che scompaiono”. Kafka non sapeva nulla dell’Oklahoma, l’Oklahoma, nella sua storia e nella mia, non è luogo, è idea. Il compimento, il fine, è il “tuo” Oklahoma».

Tra vita e morte, perché il senso di quel che non finiamo ci strega?

«Riparti da Kafka! America non è l’unico suo volume incompiuto, anche a Il castello manca l’ultimo capitolo. E se, irrisolti, fossero migliori? Se l’agrimensore arrivasse al Castello, non sarebbe una catastrofe per la narrazione? Che aspetto avrebbe un lieto fine “kafkiano” per Karl Rossmann? Siamo tutti storie incompiute. Nessuno conosce l’ultimo capitolo. La storia interrotta è metafora perfetta della vita umana. Non sappiamo quando finiamo».

La famiglia de “La musicista di Kahani” si batte invece per chiudere il cerchio del destino, seguendo la morale “accettare e sperare in bene”, messaggio che in queste ore di guerra risuona stoico, risoluto. È la direzione che propone?

«Certo, perché la crisi non tocca solo all’Occidente, l’India soffre di analoghe carenze morali e autoritarismo. Accettare, tuttavia, non implica negare quel che accade. La storia non è inevitabile, le epoche mutano in tempi rapidissimi. Se ci fossimo seduti qui nel 1989 e avessi affermato “l’Unione Sovietica presto non esisterà più…” sarei apparso sciocco. Appariva tetragona, radicata, e all’improvviso è svanita in polvere. Viviamo un’era sconosciuta, politica e tecnologica, le persone restano abbagliate, non sanno reagire».

Nell’ultimo racconto, “Il vecchio nella piazza”, la furia del mutamento travolge perfino il linguaggio, stretto fra censure e cacofonie digitali. Lei ha rischiato di morire per la libertà di parola, è autobiografia?

«No, semmai è la storia più allegorica della raccolta. Parlo di degrado del linguaggio, alla fine della novella la lingua si alza, va via e i passanti non riescono a comunicare. I fossati delle nostre società sono così profondi da non poterci più parlare. Sinistra, destra, poco importa, se il linguaggio è inadeguato a comunicare fra concittadini, siamo in pericolo. Il libro ha una chiusa etica: “Che ne sarà di noi? Non abbiamo la più pallida idea di come andranno le cose. Ci mancano le parole”».

Eppure abbiamo creato un’intelligenza artificiale capace di miracoli con i linguaggi, che scappano dalla sua piazza e si affollano nei Large Language Models di Chatgpt: i miei studenti li hanno usati, seguendo il modello di Italo Calvino in “Cibernetica e Fantasmi”, del 1967, che si diceva sicuro che i computer avrebbero scritto romanzi classici. Che cosa pensa?

«La interrompo su Calvino: ero ragazzo, mi invitano a parlare di lui a Parigi. Si presenta severissimo, si fa consegnare le note del mio testo. Ero terrorizzato, per fortuna cito L’asino d’oro di Apuleio, si rilassa, “ah, Apuleio…” mormora e parlai sereno. Anni dopo scrisse per Repubblica una splendida recensione de I figli della mezzanotte, diventammo amici».

Vuole dunque rispondere in diretta all’algoritmo LLM degli studenti? Le chiede: «Dalla fatwa fino all’attacco del 2022, Mister Rushdie, lei è assediato da chi vuol ridurla al silenzio. Ne “L’undicesima ora” la letteratura si rifiuta di morire davanti alla politica online?».

«Credo siamo prossimi al nulla online e la domanda postami dall’IA non è banale: la macchina è cosciente di ogni cosa che scrivo. Ci siamo dati infiniti modi per conoscere le cose, formidabili vie per comunicare, con il risultato di saperne meno ed essere soli. Solitudine e ignoranza sono gemelle. Il dilagante consenso per l’autoritarismo è conseguenza dell’ignoranza, la gente non conosce la storia».

L’IA non ha scritto solo domande, ha anticipato anche le sue risposte: vuole sentirle?

Rushdie, paziente, ascolta il computer comporre la replica nel suo tono: «Non penso alla nostra fine, ma alla consapevolezza comune. L’undicesima ora è il momento in cui capisci che il tempo è limitato, ma ancora disponibile. Non scrivo contro la morte. Le scrivo accanto. La letteratura non deve trasformarsi in cronaca personale. Se scrivessi solo della mia sopravvivenza, mi ripeterei. Mi interessa la condizione umana e la mortalità è universale...».

Lo scrittore sogghigna compiaciuto. «Non male, però devi dire agli studenti che gli algoritmi parlano di società globali, non di me, te, loro! Le macchine scrivono? Bene, scriveremo anche noi! Un narratore, non prenderlo come proclama, è il custode del linguaggio».

Ha pubblicato “L’undicesima ora” a 76 anni. Edward Said, in “Sullo stile tardo” scriveva dell’arte degli anziani, Tomasi Lampedusa, Beethoven, Strauss. Ci si ritrova?

«Moltissimo. Edward mi era amico ed alleato. Nei giorni duri, dopo la fatwa contro I versi satanici, mi aiutò come pochi altri. Ho riletto Sullo stile tardo prima di cominciare i racconti. Said sostiene che l’artista, alla fine della vita creativa, risponde con serenità o rabbia, accettazione o furore. “Rage against the dying of the light”, “ribellati contro la luce morente”, è il verso irato di Dylan Thomas. Io mi ispiro a Beethoven, vecchio, arrabbiato, sordo, che compone la Nona Sinfonia, basata sull’Inno alla gioia. Furente, usa la gioia come metafora. Said mi ripeteva: lo stile tardo non è serenità contro rabbia, tu vivile insieme. Sereno il martedì, arrabbiato il mercoledì. I personaggi di questo libro son così, tra serenità e rabbia. Umberto Eco era il campione della felice tolleranza. Stroncai il romanzo Il pendolo di Foucault in malo modo, mi imbattei per caso in lui, volevo sprofondare, mi abbracciò: “Ecco il terribile Umberto”. Arrivò anche Mario Vargas Llosa ed Eco, stentoreo: “Salman ha distrutto me, io ho scritto che Mario è troppo di destra, tu Mario che Salman è un estremista di sinistra. Da ora in avanti saremo i tre moschettieri” e diventammo inseparabili».

I personaggi dei racconti sembrano cercare anche il conforto di Dio e della religione, senza rinvenirlo. Senior, nel racconto “Al Sud”, riconosce: “Vita e morte sono due verande attigue”.

«Io non credo in Dio né nell’aldilà. Eppure gli esseri umani hanno dentro questa domanda: quando dici “Io” di che cosa hai bisogno? Chi è “Io”? “Io” è semplicemente il corpo, l’antico dilemma mente-corpo? Abbiamo la sensazione che ci sia un “Io”, un sé dentro il corpo, che non è interamente corpo, ciò che i filosofi chiamano “fantasma nella macchina”».

Tornano fantasmi, computer, la “voce della Macchina” del poeta Nanni Balestrini…

«Se noi siamo la macchina, dentro di noi c’è l’“Io”, che è un fantasma. Il miglior argomento, credo sia di Aristotele, è: lo spirito e l’anima forse esistono, ma non sono immortali. Quando il corpo muore, muore anche l’anima».

Il professor Arthur, da fantasma, medita il suicidio, o forse dovrei dire eutanasia.

«Per scrivere letteratura serve ottimismo, il momento drammatico è il file con il manoscritto che lascia il tavolo. Non sai come ti accoglieranno, devi sperare. Quando Philip Roth annunciò il ritiro, pensai: cosa farà ora? Philip era disciplinato, andava ogni mattina nel suo bungalow in Connecticut a scrivere. Aveva appiccicato un post-it sul computer, con le parole “La lotta è finita”. Forse è la risposta, l’ultima».

Per te non sembra finita…

«Quando ero giovane come lo scrittore protagonista di Oklahoma incontrai un altro classico vivente, Kurt Vonnegut. Mi chiese: “Sei serio sulla scrittura?”. Avevo appena pubblicato un racconto, risposi “sì”. E lui mi disse una cosa triste: “Verrà il giorno in cui non avrai più un libro da scrivere. E dovrai comunque scriverlo”».

Mentre parliamo Stati Uniti, Israele e l’Iran degli ayatollah che ti condannarono, sono in guerra, quattro anni dopo l’invasione di Putin in Ucraina: che mondo è?

«Provo ammirazione per il popolo iraniano e il suo coraggio. È ora che siano liberati da questo regime crudele. Ma abbiamo imparato che libertà e democrazia non si possono imporre dall’esterno, con un intervento militare. Non ha funzionato in Iraq, in Afghanistan. Visitai l’Iran nel 1968, guidammo con un amico dall’Inghilterra all’India, su una Mini Minor, pian piano Turchia, Iran, Pakistan, frontiere aperte. Ricordo le tappe, Tabriz, Teheran, Isfahan, Shiraz, Persepoli. Che gente meravigliosa, civile, colta, aperta. Che proprio a loro sia toccata la dittatura è una tragedia».

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