✕

Faulkner, l’inventore del Sud letterario

Ascolta l'audio

Il gruppo di lettura L’Isola di Robinson legge “Luce d’agosto” che ha folgorato grandi come García Márquez. Vi regaliamo un ritratto d’autore dello scrittore del Mississippi
3 minuti di lettura

Quando William Faulkner riceve il Nobel per la letteratura, nel 1949, tiene uno dei discorsi più brevi e ispirati che la storia dell’Accademia di Svezia ricordi. La Guerra fredda è da poco cominciata e la minaccia atomica riempie i giornali. Se i problemi dello spirito vengono soppiantati da una domanda – quando ci faranno saltare in aria? – la paura, scrive Faulkner, rischia di diventare il sentimento dominante, facendoci dimenticare i problemi del cuore su cui da sempre indagano gli scrittori. In un mondo sprofondato in questo nuovo tipo di terrore, annichiliti dallo spettro della mutua distruzione (nulla a che fare con le battaglie raccontate da Tolstoj, da Hugo, e molto tempo prima da Omero), lo scrittore si troverà a lavorare come sotto una maledizione. «Scrive non di amore ma di lussuria, di sconfitte in cui nessuno perde nulla di valore, di vittorie senza speranza e, peggio, senza pietà o compassione. I suoi dolori non lasciano cicatrici. Non scrive del cuore ma delle ghiandole…

Quando William Faulkner riceve il Nobel per la letteratura, nel 1949, tiene uno dei discorsi più brevi e ispirati che la storia dell’Accademia di Svezia ricordi. La Guerra fredda è da poco cominciata e la minaccia atomica riempie i giornali. Se i problemi dello spirito vengono soppiantati da una domanda – quando ci faranno saltare in aria? – la paura, scrive Faulkner, rischia di diventare il sentimento dominante, facendoci dimenticare i problemi del cuore su cui da sempre indagano gli scrittori. In un mondo sprofondato in questo nuovo tipo di terrore, annichiliti dallo spettro della mutua distruzione (nulla a che fare con le battaglie raccontate da Tolstoj, da Hugo, e molto tempo prima da Omero), lo scrittore si troverà a lavorare come sotto una maledizione. «Scrive non di amore ma di lussuria, di sconfitte in cui nessuno perde nulla di valore, di vittorie senza speranza e, peggio, senza pietà o compassione. I suoi dolori non lasciano cicatrici. Non scrive del cuore ma delle ghiandole».

Eppure Faulkner è pronto a scommettere che l’uomo non si limiterà a resistere, ma prevarrà. Crede che egli sia immortale non solo a causa della sua voce inesauribile ma perché ha un’anima (o uno spirito che dir si voglia) capace di compassione e sacrificio. «Tra il nulla e il dolore preferisco il dolore», fa dire del resto a Harry Wilbourne in Palme selvagge. È una delle più celebri frasi faulkneriane (verrà parodizzata in Fino all’ultimo respiro da Jean-Luc Godard), quasi un manifesto.

Il corpus di Faulkner è tra i più resistenti, commoventi e ricchi di ispirazione tra quelli comparsi nel Novecento. Che racconti in quattro voci la storia di una famiglia segnata da una colpa irredimibile – i Compson de L’urlo e il furore–, che moltiplichi la dimensione polifonica della narrazione per seguire il viaggio di una cassa da morto con al seguito il marito e i cinque figli della defunta in un luglio torrido e piovoso (Mentre morivo), che usi un linguaggio oltre limiti del virtuosismo per intrecciare brama di potere e vergogna (Assalonne! Assalonne!), o utilizzi il più tradizionale (in apparenza) degli impianti per scrivere forse il romanzo definitivo su razzismo, religione e violenza nel Sud degli Stati Uniti (Luce d’agosto), o ancora dispieghi un inusuale schema narrativo (un romanzo fatto di due storie che non si incontrano mai) per raccontare l’inondazione di Palme selvagge, la sua prosa ricchissima, i salti temporali, i repentini cambi del punto di vista, i flussi di coscienza, la pressione da cui possiamo sentirci schiacciati quando lo scrittore, come fossimo palombari, decide di portarci più a fondo tra gli abissi della condizione umana, nulla di tutto questo è un artificio fine a se stesso, un abbellimento o un orpello. Ogni subordinata in apparenza eccessiva, ogni spreco di aggettivi che striderebbe in tanti corsi di scrittura creativa («Da un po’ dopo le due sin quasi al tramonto del lungo immoto afoso estenuato morto pomeriggio di settembre rimasero seduti in quello che Miss Coldfield chiamava ancora l’ufficio…») è funzionale a creare la giusta alchimia, quella particolare saturazione o rarefazione emotiva dentro cui il lettore comincia a vedere, toccare, annusare, gustare le cose in modo diverso da quanto farebbe distogliendo lo sguardo dal libro.

William Faulkner (1897 - 1962) 

 

La lettura di Faulkner dà la sensazione di amplificare le facoltà sensoriali, ci spinge a percepire degli esseri umani (come per certe lunghezze d’onda altrimenti invisibili) sfumature che prima ci sfuggivano, portandoci vicini al centro del nostro mistero personale, lì dove – come direbbe Borges – conoscenza e futuro si sfiorano: «Giungo al mio centro, alla mia chiave, alla mia algebra, al mio specchio. Presto saprò chi sono». Faulkner non ha solo insufflato una delle più sontuose lingue letterarie immaginabili in alcune delle più audaci architetture drammaturgiche concepite nella letteratura moderna per risvegliarci dal nostro torpore di esseri alienati, impermeabili a ciò che più conta (sentirsi gli uni attraverso gli altri, e poi sentirsi attraverso i fiumi, le montagne, gli altri animali, le nuvole, l’intero creato). Ci ha anche insegnato a raccontare il Sud.

Senza il suo magistero, Gabriel García Márquez non avrebbe trovato ad esempio la sua voce (fu la lettura di Luce d’agosto mentre si recava ancora giovane con sua madre ad Aracataca – la futura Macondo – ad averlo sbloccato definitivamente come scrittore), la stessa cosa si potrebbe dire per Toni Morrison, per Mario Vargas Llosa (soprattutto in Conversazione nella Cattedrale), per Salman Rushdie e per tutti coloro che, venuti dopo, pur consapevoli di non poter imitare il maestro di New Albany, hanno cercato o ancora cercano di rubare al dio quel po’ di fuoco sufficiente a scaldarsi nell’ennesima notte del mondo in cui siamo finiti.

Novantanove per cento talento… novantanove per cento disciplina... novantanove per cento lavoro. Questa secondo Faulkner è la formula per diventare un buon romanziere. E l’ispirazione? «Non so niente dell’ispirazione, perché non so in che cosa realmente consista: ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai vista».

Leggi i commenti