Dipende sempre dalle persone. Le istituzioni sono le persone che le incarnano: è dal loro profilo, dalla loro integrità e dalla loro competenza che discende la credibilità della carica. Non viceversa, purtroppo per l’esercito di mediocri quando non di corrotti che se vengono nominati, poniamo, direttori amministratori delegati o presidenti si sentono di colpo autorevoli, l’Autorità. Lo sono solo nominalmente. Ma non è l’Autorità — la presidenza della Repubblica, del Senato o della bocciofila, dell’ente lirico o del circolo degli scacchi — che conferisce loro le doti che si richiedono per quell’incarico. È il contrario.
Se non ce le hanno, quelle doti, l’istituzione perde prestigio fino a estinguerlo, consumato dalla pochezza di chi la rappresenta. È per questo che sarebbe così importante procedere per meriti indiscussi, nel Risiko delle caselle da occupare, quando si hanno responsabilità di governo. Il servitore dello Stato, un civil servant, deve essere al di sopra delle appartenenze: se apparteneva, come inevitabilmente accade, deve dimenticarlo. Deve, dal momento in cui è nominato al servizio della comunità, fare questo: servire la comunità, cioè tutti. Sono giorni che penso, mentre cerco di districarmi nel ginepraio di questa storiaccia del Garante della privacy: sarebbe potuto succedere, questo commercio e questo andirivieni di androne in portone, se il Garante fosse stato, mettiamo, Stefano Rodotà? Ma guardate. Per una volta davvero non è questione di destra o sinistra. Dipende dalla storia, dal calibro delle persone. Chi sono, queste persone? Leggo le loro interviste, scorro le loro biografie. Sono più di quarant’anni che seguo le cronache politiche di questo paese: di nessuno di loro ricordo un gesto, uno scritto, un dettaglio notevole. “Non li ho nominati io”, dice adesso sprezzante Giorgia Meloni. Almeno di Agostino Ghiglia però, ex di An, avrà sentito parlare. No? Allora chi sono, torno a chiedere, queste persone? Perché sono lì a rappresentare lo Stato?