L’educazione non è pericolosa mai, l’ignoranza sempre. La discussione si potrebbe anche chiudere qui, in sette parole. Su qualsiasi argomento saperne abbastanza, molto o moltissimo, persino sapere quel che non ritieni utile, o che non vorresti sapere, sapere quello che non hai chiesto di sapere o neanche immaginavi ma ora ecco, lo sai, è un potere enorme. È un patrimonio che contiene dentro di sè, all’interno di quella conoscenza, tutti i gradi di ignoranza che hai attraversato e superato per arrivare fin lì e che dunque ora puoi riconoscere. Puoi argomentare. In una discussione, per esempio. In un confronto. In una trattativa. Chi sa vince. (Questo se parliamo di persone oneste e in buona fede: è chiaro che mentitori truffatori o demagoghi usano anche altri strumenti, per vincere. Conoscerli è utile a riconoscerli).
Io non credo affatto che il ministro Valditara non comprenda il nesso che esiste fra l’educazione — in generale, e in particolare l’educazione sessuale — e la resistente diffusione della cultura patriarcale del possesso che si traduce quotidianamente in donne assassinate. Non credo che non sappia o peggio ancora non capisca che quello che impari da bambino è ciò che definisce la persona che sarai nella vita adulta. Non solo, ma in fondamentale parte. Non credo che non abbia presente cosa sia un modello di riferimento, una cultura collettiva diffusa, uno stigma sociale. Non credo che, da ministro dell’Istruzione, non comprenda che la scuola è una componente essenziale della formazione. Credo che lo sappia e che sappia anche che l’accusa di strumentalizzare i femminicidi è odiosa, falsa e irricevibile. È una di quelle frasi a effetto di facile presa su chi non conosce gli strumenti retorici elementari, appunto, che certi politici di modesto calibro ripetono in tv, sempre insieme all’esortazione vergogna. Non strumentalizzate Giulio Regeni, le donne uccise, dicono, quando potrebbero unirsi e chiedere anche loro, chiedere tutti insieme verità, sapere e giustizia.