Qualche anno fa, quando era adolescente figlio piccolo, ho pensato seriamente, un’estate, di pagarlo perché leggesse. Come compito per le vacanze doveva scrivere una scheda su un libro, fare un riassunto insomma, e ovviamente doveva prima averlo letto. Dopo avermi chiesto se ci fosse l’audiolibro da ascoltare (sì, ma lo devi leggere: il compito è leggere) se glielo potessi per favore leggere io ad alta voce tanto era corto (no, lo devi leggere tu con i tuoi occhi, devi prendere appunti, segnare quello che ti sembra importante) ma segnare come? Prendere appunti in che senso? Posso fare un memo vocale? Insomma ecco, poiché erano vacanze anche per me quei miseri cinque giorni ho detto faccio così: lo pago. Ho pensato anche la cifra: cinque euro ogni venti pagine, era un libro breve. Poi ho detto no. Che pensiero terribile come ho potuto concepirlo. Avevo pensato alla mia tranquillità, non al suo bene. Quindi no. Assolutamente no. Leggi gratis. Sto qui, non usciamo, tu leggi. Succedeva una decina d’anni fa, niente poteva far prevedere che questa conversazione sarebbe diventata arcaica in un attimo, oggi la questione neppure si pone. Il riassunto lo fa Chat GPT.
Un’insegnante di latino l’altro giorno mi ha spiegato i trucchi che usa per stanare i suoi alunni: una donna di mezza età che mi parlava di prompt, stremata. Poi ieri ho visto che il capo regolarmente eletto della più grande, geograficamente, democrazia occidentale ha detto se mi votate vi pago. Parecchio, pure. Mica venticinque euro, cinquemila dollari, una bella somma. Ma pensa te. Sì vi sento che dite lo faceva già Achille Lauro, non il cantante l’armatore, nel Novecento: anche lui pagava, una scarpa prima una scarpa dopo. Difatti le cose come sono oggi sono cominciate allora, una cinquantina di anni fa. Il guasto. Ci faceva ridere, poi ridendo ridendo ecco le macchine che ci eliminano, in mano ai colossi privati, senza nessuna regola. Tanto chi se ne frega dei riassunti dei libri da leggere, di noi. Ci pagano.