Non riesco a non pensare a Emma Bonino, oggi più di sempre. Perché la sua battaglia più importante, quella di cui andava più fiera (lo disse quindici anni fa in un’intervista per il progetto “Cosa pensano le ragazze”, lo trovate online sul sito di Repubblica, lo ha poi ripetuto spesso) è stata quella per la costituzione della Corte Penale Internazionale. “Non c’è pace senza giustizia”, si chiama l’organizzazione che contribuì a fondare negli anni Novanta. Come sapete sia Trump che Putin hanno dichiarato l’obiettivo di “far saltare” la Corte Penale, che considerano una minaccia. La Corte è un’istituzione permanente e indipendente, sede a L’Aia, la cui missione è perseguire i crimini contro l’umanità, di guerra e di aggressione. Nel 2024 ha spiccato un mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu. Il premio Nobel per la Pace conferito a Navanethem “Navi” Pillay, dunque, rimanda a questo. Nata in Sudafrica nel 1941, è stata giudice della Corte Penale Internazionale prima di guidare l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, dal 2008 al 2014. È stato allora, nel 2014, che si è rafforzata la sua collaborazione e amicizia con Emma Bonino, a quel tempo Ministra degli Affari Esteri. Oggi Pillay presiede la commissione d’inchiesta internazionale dell’Onu che accusa il governo di Israele di genocidio. Il comitato norvegese per il Nobel nella motivazione scrive che “La pace richiede giustizia”: una citazione quasi letterale dell’organizzazione fondata da Bonino che mi è sembrata un riferimento implicito e dunque un omaggio postumo anche a lei. Che donne esistono al mondo, quando è importante farle conoscere alle generazioni nuove.
P.S. A proposito di donne formidabili. Avrete già letto molto su Anne Carson, Nobel per la letteratura. Vi propongo uno dei suoi ultimi scritti, il saggio pubblicato a settembre sulla London Review of books intitolato “On Rosalía”. Inizia con “I have a Rosalía hangover”. Non si dovrebbe mai, solo per stavolta: io ve l’avevo detto. Che due, queste due.