Levante
Appunti di viaggio di un cronista, tra la Puglia e il mondo. Il podcast di Giuliano Foschini su Repubblica

La bici di Giulio

È andata più o meno così: qualche settimana fa mi ha chiamato Alessandra Ballerini, che è l’avvocato che tutti vorrebbero avere se gli succede un guaio, dall’altra parte del mondo, e hanno bisogno di rientrare a casa.

Alessandra è l’avvocato della famiglia Regeni. In questi quattro anni, oltre a essere il difensore di Paola e Claudio, è stata un pezzo della loro forza. Alessandra mi ha chiamato per dirmi: “Abbiamo bisogno di voi”, cioè di noi. Di Repubblica.

Dopo anni di silenzi vergognosi, più ancora che imbarazzati, dall’univerisità di Cambridge  era arrivata una telefonata. Non di scuse. E nemmeno di collaborazione, visto che in questi anni ce n’è stata così poca. Da Cambridge era arrivata una telefonata a casa Regeni per dire: se volete, potete venire a riprendere la bicicletta di Giulio.

La bicicletta non è un oggetto normale. Ha, in generale, un qualcosa di poetico che attiene al viaggio. All’andare. Alla fatica. Ma, la bici di Giulio era, ancora di più, qualcosa di speciale. Lo ha detto, come al solito con parole perfette, Paola, la mamma di Giulio. “Quella bicicletta ha una storia particolare. Ha seguito Giulio in tutti i suoi ultimi spostamenti. Una volta rientrato dal Cairo, sicuramente sarebbe andato a riprenderla. Quella bicicletta è un pezzo del passato di Giulio. Ma lo rappresenta bene, molto bene anche ora: per noi è un monumento, un simbolo dell’andare avanti, seppur con lentezza. Ma sempre avanti. Indietro”.

L’avvocato Ballerini ha chiesto a Repubblica di andare a riprendere la bicicletta di Giulio a Cambridge e di riportarla a casa, a Fiumicello, un paesino della provincia di Udine dove Giulio è nato e dove vivono ancora i suoi genitori. Noi siamo andati. E con noi c’era Pif, l’attore e regista che in questi anni è diventato un grande amico della famiglia Regeni.

Lo abbiamo fatto. Abbiamo preso questa bici, è stato abbastanza facile. l’abbiamo impacchettata, caricata in aereo e riportata a casa. Non prima di esserci presi la nostra dose di rabbia, tristezza: Giulio è un morto sul lavoro. È stato ucciso dal regime di Sisi, al Cairo, mentre lavorava per la sua università. Eppure a Cambridge non lo ricorda nessuno. Non una stele, una targa, c’è solo il suo nome su un pezzo di carta davanti a una sala lettura del dipartimento dove lavorava.

Giulio non c’è. Ma c’era la sua Atala. Quando l’abbiamo consegnata ai genitori, a Irene, sua sorella, con Pif ci siamo emozionati, come degli stupidi. Una bicicletta… Da Cambridge a Fiumicello. Dovrebbe essere è, una cosa normale. Eppure ci sembrava di aver fatto un’impresa.

E forse, un po’, lo è stata.

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/levante/2020/02/01/audio/la_bici_di_giulio-422998928/

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